lunedì, novembre 14, 2011

Accuse pesanti

L'ex vivandiere di Provenzano "Schifani nelle mani dei boss"
Il pentito Lo Verso parla al processo Mori
Il presidente del Senato annuncia la querela

Il pentito più elegantemente vestito degli ultimi anni, Stefano Lo Verso, dice di essere in cerca di «una sola ricompensa, un posto nel Regno dei Cieli». Poi pensa a cose più terrene e fa l’elenco dei politici «nelle mani» dei boss, aprendolo col nome del presidente del Senato, Renato Schifani, da tempo oggetto di indagini da parte della Procura di Palermo, nel fascicolo 10393/10, con l’ipotesi di concorso in associazione mafiosa. La seconda carica dello Stato aspetta la fine dell’udienza del processo in cui ha deposto il collaborante (quello contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato), poi annuncia la querela. Solidali con lui gli esponenti pidiellini Cicchitto, Gasparri e Quagliariello: il pentito ha letto troppi libri, dicono.

Lo Verso, che ieri, nell’aula bunker dell’Ucciardone, si è presentato con un impeccabile Principe di Galles, fu il vivandiere di Bernardo Provenzano tra il 2003 e il 2004 ed è stato in carcere per cinque anni. Poi, all’inizio di quest’anno, immediatamente dopo avere subito il sequestro dei beni e l’applicazione della sorveglianza speciale, ha deciso di collaborare con i magistrati. Si è presentato al pm Nino Di Matteo, che indaga sulla trattativa fra mafia e Stato ed è il titolare del processo Mori, e gli ha parlato delle «coperture istituzionali» di cui avrebbe goduto, durante la latitanza, proprio Provenzano. A coprirlo sarebbe stato «un potente dell’Arma», rimasto senza nome, «ma anche i politici». Con i quali non ci sarebbero stati problemi nemmeno sul fronte della vita amministrativa di piccoli paesi come Ficarazzi e Villabate, nell’hinterland palermitano, e dell’intera Sicilia.

«Nicola Mandalà mi disse che “avevamo” il socio e amico di suo padre, Renato Schifani, e nelle mani avevamo pure Marcello Dell’Utri. Al centro avevamo Totò Cuffaro e il paesano di mio padrino Ciccio Pastoia, Saverio Romano» (il ministro dell’Agricoltura è di fronte al Gup e proprio ieri si è celebrata l’udienza preliminare per mafia, rinviata al 20 dicembre). Il Mandalà che avrebbe parlato dei politici con Lo Verso è un killer oggi all’ergastolo, fiancheggiatore di Provenzano. È figlio di Nino Mandalà, detto «l’Avvocato», condannato anche in appello per mafia, e che fu socio di Schifani nella società Sicula Brokers, di cui faceva parte anche un altro parlamentare siciliano, Enrico La Loggia.

Entrambi gli attuali esponenti del Pdl lasciarono l’azienda nel 1980, anche se i rapporti con «l’Avvocato» proseguirono, ad esempio con la partecipazione al secondo matrimonio di Mandalà padre. Schifani fece anche da consulente - come avvocato amministrativista - per il Comune di Villabate, di cui Nino Mandalà era una sorta di deus ex machina. Il presidente del Senato ha sempre detto che quei rapporti erano datati e risalivano a un periodo in cui i Mandalà non erano sospettati di nulla. Le indagini su Schifani prendono in esame anche le dichiarazioni dei pentiti Francesco Campanella e Gaspare Spatuzza. I pm Di Matteo e Lia Sava e il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci sono ormai prossimi alla conclusione.

Lo Verso riferisce le confidenze ricevute da Provenzano, ma gli attribuisce una perlomeno singolare lettura delle stragi del 1992. Sostiene infatti che l’eccidio di Capaci sarebbe stato descritto da «Binu» come «un favore di Riina ad Andreotti». Un’affermazione che non aveva mai fatto nessuno e che smentirebbe anni e anni di indagini e ricostruzioni. Ce n’è anche per il presidente dell’Antimafia, Beppe Pisanu, non nominato ma chiamato in causa come «il ministro, il sardo» che avrebbe informato Totò Cuffaro delle indagini svolte su di lui. Mentre Marcello Dell’Utri avrebbe «preso il posto di Salvo Lima».

26 ottobre
da lastampa.it

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