sabato, aprile 13, 2013
venerdì, aprile 12, 2013
giovedì, aprile 11, 2013
Percorsi Ciclabili Brescia - 28
Dalla Bassa ai piedi delle Prealpi e ritorno
Percorsi Ciclabili in provincia di Brescia - 28
Percorsi Ciclabili in provincia di Brescia - 28
Lograto-Gussago-Lograto
Lograto - Berlingo -
Travagliato -
Ospitaletto
- Castegnato - Rodengo S. -
Gussago - Cellatica - Brescia - Roncadelle - Castelmella - Torbole C. - Lograto
Gussago - Cellatica - Brescia - Roncadelle - Castelmella - Torbole C. - Lograto
68 km
tipo di bici: mountain bike
tipo di bici: mountain bike
Note: qualche difficoltà in zona Gussago/Cellatica lungo
il sentiero e la breve rampa con pendenza spezzagambe
il sentiero e la breve rampa con pendenza spezzagambe
LEGENDA
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mercoledì, aprile 10, 2013
Pubblicità divertenti
Su segnalazione di Fede...




















20 Worst Advertising Placement Fails
When it comes to advertising, companies have to double and triple check everything they’re going to publish. However, that is where their limits of control end, and once the ad is released into the wide world, strangest things can happen. For example, who could have thought that sliding Starbucks van door would turn their brand name into a word “Sucks” right next to the logo!
Another easy venue for advertising fails is, of course, the Internet, where the last thing a brand can control is what type of content is placed alongside their ad. With the wide use of contextual advertising, when the systems scan the keywords in the text and place supposedly relevant ads to it, brand names and products often end up in crime stories.
Check out our selection of worst advertising placement fails and feel free to share your own finds!
Starbucks Sliding Door Van Fail
Kitekat Cat Jesus
Mmm… Fabulous Ad Placement !
Don’t Let Them In
(S)Hell
Les Miserables vs The Shining
Got a Giant Thirst?
Perfect CD Placement
Shameless Health Trick
Daniele Smith’s Wheels
Turkish Airlines
Heart Problems for $3
Coca Cola Ad Placement Fail
Spearmint Rhino Gentlemen’s Club vs. Where’s daddy?
Oops
Man Plunges: aaaaaaaaahhhhhh
Nestle Dumpster Fail
Hidden Pussy
Black and Unwanted
Taxi Door Handle Fail
Vecchi post sul tema:
martedì, aprile 09, 2013
Che testo, un capolavoro
La serata di pasquetta ci ha fatto scoprire questo "capolavoro" della discografia italiana!
un poeta..... uahahauhahahahah
La prima volta che ti ho vista in quel locale tu eri in abito da sera così bella che a guardarti da lontano non sembravi vera,tu scarpe con i tacchi e io jordan con new era.
Ho sempre gli occhi su di te ma nascosti dalla visiera, io faccio il sostenuto e accenno un timido saluto con la sigaretta in bocca perchè fa uomo vissuto,
ti chiedo che ore sono e mentre tu guardi il quadrante, noto sotto le mie ascelle un alone preoccupante e mentre penso che devo comprarmi un nuovo deodorante, mi dai in mano un listino prezzi fresco di stampante,io non sono molto esperto ma in un solo istante ho capito che non si trattava del menù del ristorante.
RIT: hai detto che mi amavi ma era solo un pretesto,vorrei baciarti in bocca ma ora io non ci riesco,non ho da cambiare..non è che c'hai il resto?! pensavo fosse amore invece eri una escort.Non devo preoccuparmi più per come mi vesto,dai fammi un po' di sconto,tanto io faccio presto.Tu sei stata con Paolo,Caludio,Franco,Francescopensavo fosse amore invece eri una escort.
Ci sono delle strane macchie sopra il tuo letto,sembra quasi che qualcuno ha rovesciato il sorbetto,il tuo non è un salotto ma una sala d'aspetto, io pensavo fosse amore invece eri una escort.
Ecco eri partita da ragazza immagine,tanto bella quanto fragile,è la storia difficile di una ragazza facile, i miei amici l'hanno detto ma io sono troppo ingen..oh sei venuto con un escort? no una panda station wagon. Non so se mi rifiuti per i miei Gucci tarocchi o perchè il mio conto in banca non mi risalta gli occhi, hai l'amica che t'accompagna che fa la modella in Spagna ma a me sembra più un indossatrice di passamontagna.
E da quando guardo il mondo da quest'altra prospettiva, anche il bar sotto casa non è più quello di prima, mi sà che la barista arrotonda con le mance! Da quando uno è entrato e fa mi fai un chinotto grazie?!
RIT-
Guè:
(G U E)Chiamiamo le cose col loro nome, non siete delle modelle voi siete.... e sapete il nome, e no non lavori in televisione, non sono nato ieri non puoi fregare il pappone. Hai visto più palle che Wimbledon, ti ho sgamata sei su rosarossa.com.
Io ti ho liquidata non torno indietro dopo che ti ho spruzzata come un liquidator,
baby non ti parlo non ti cago volevi un amore magico vengo e sparisco come un mago e vuoi fare un video ma fammi un bel provino, più guardo il tuo tipo e penso poverino con quella macchina e tutte quelle scarpe, non serve un genio a capire che baby fai le marche.
Parli il 500,foglio viola,darla al vento,continua cosi che qua arrivi in Parlamento!
un poeta..... uahahauhahahahah
Fedez
"Pensavo fosse amore e invece..."
La prima volta che ti ho vista in quel locale tu eri in abito da sera così bella che a guardarti da lontano non sembravi vera,tu scarpe con i tacchi e io jordan con new era.
Ho sempre gli occhi su di te ma nascosti dalla visiera, io faccio il sostenuto e accenno un timido saluto con la sigaretta in bocca perchè fa uomo vissuto,
ti chiedo che ore sono e mentre tu guardi il quadrante, noto sotto le mie ascelle un alone preoccupante e mentre penso che devo comprarmi un nuovo deodorante, mi dai in mano un listino prezzi fresco di stampante,io non sono molto esperto ma in un solo istante ho capito che non si trattava del menù del ristorante.
RIT: hai detto che mi amavi ma era solo un pretesto,vorrei baciarti in bocca ma ora io non ci riesco,non ho da cambiare..non è che c'hai il resto?! pensavo fosse amore invece eri una escort.Non devo preoccuparmi più per come mi vesto,dai fammi un po' di sconto,tanto io faccio presto.Tu sei stata con Paolo,Caludio,Franco,Francescopensavo fosse amore invece eri una escort.
Ci sono delle strane macchie sopra il tuo letto,sembra quasi che qualcuno ha rovesciato il sorbetto,il tuo non è un salotto ma una sala d'aspetto, io pensavo fosse amore invece eri una escort.
Ecco eri partita da ragazza immagine,tanto bella quanto fragile,è la storia difficile di una ragazza facile, i miei amici l'hanno detto ma io sono troppo ingen..oh sei venuto con un escort? no una panda station wagon. Non so se mi rifiuti per i miei Gucci tarocchi o perchè il mio conto in banca non mi risalta gli occhi, hai l'amica che t'accompagna che fa la modella in Spagna ma a me sembra più un indossatrice di passamontagna.
E da quando guardo il mondo da quest'altra prospettiva, anche il bar sotto casa non è più quello di prima, mi sà che la barista arrotonda con le mance! Da quando uno è entrato e fa mi fai un chinotto grazie?!
RIT-
Guè:
(G U E)Chiamiamo le cose col loro nome, non siete delle modelle voi siete.... e sapete il nome, e no non lavori in televisione, non sono nato ieri non puoi fregare il pappone. Hai visto più palle che Wimbledon, ti ho sgamata sei su rosarossa.com.
Io ti ho liquidata non torno indietro dopo che ti ho spruzzata come un liquidator,
baby non ti parlo non ti cago volevi un amore magico vengo e sparisco come un mago e vuoi fare un video ma fammi un bel provino, più guardo il tuo tipo e penso poverino con quella macchina e tutte quelle scarpe, non serve un genio a capire che baby fai le marche.
Parli il 500,foglio viola,darla al vento,continua cosi che qua arrivi in Parlamento!
se volete sentire l'audio, ecco il VIDEO:
lunedì, aprile 08, 2013
"Bob Aggiusta Tutto" al FrecciaRossa
I figli dei miei colleghi pare siano super presi dal cartoon di "Bob Aggiusta Tutto".
Se anche i vostri sono dei "fan", domenica 14 aprile "sarà" (che essendo un cartone non so di preciso che significhi :D ) al Freccia Rossa di Brescia
Se anche i vostri sono dei "fan", domenica 14 aprile "sarà" (che essendo un cartone non so di preciso che significhi :D ) al Freccia Rossa di Brescia
Interventi su edifici storci: si architetti, no ingegneri
Interventi su edifici storici preclusi agli
ingegneri italiani ma non agli stranieri
La Corte di Giustizia Europea supera la legge italiana del 1925 che riserva la competenza solo agli architetti
Gli ingegneri civili possono dirigere i lavori su immobili di interesse storico e artistico? Gli stranieri sì, ma non quelli che hanno studiato in Italia. È la conclusione cui è arrivata la Corte di Giustizia europea, che con una sentenza pronunciata ieri ha fatto il punto della situazione sulla normativa italiana e comunitaria.
La legge italiana può infatti disciplinare le competenze professionali a livello interno. Al contrario, non può impedire agli ingegneri che hanno conseguito la laurea all’estero di agire sugli edifici storico-artistici perché verrebbe meno all’obbligo di riconoscere i titoli di studio conseguiti in altri Paesi dell’Ue.
Cosa prevede la normativa UE
Secondo la Corte di Giustizia, la Direttiva 85/384 riconosce che nella maggior parte degli Stati membri le attività pertinenti all’architettura sono esercitate da persone che hanno la denominazione di architetti. Questi soggetti non detengono però il monopolio, a meno che altre disposizioni legislative non prevedano il contrario.
Ne consegue che le attività di direzione dei lavori sugli immobili storici e artistici possono essere esercitate da altri professionisti e, in particolare, da ingegneri che abbiano ricevuto una formazione specifica nel settore delle costruzioni o dell’arte edilizia.
Allo stesso tempo, gli Stati membri devono riconoscere i titoli di studio rilasciati dagli altri Paesi europei. Se il titolo conseguito in un altro Paese può essere confuso con un titolo di studio comprendente una formazione complementare non compiuta, lo Stato ospitante può prescrivere l’utilizzo di una formula adeguata in grado di differenziare i percorsi formativi.
La situazione in Italia
In base al Regio decreto 2537/1925, spettano all’ingegnere il progetto, la condotta e la stima dei lavori per estrarre, trasformare ed utilizzare i materiali direttamente od indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le industrie, i lavori relativi alle vie ed ai mezzi di trasporto, di deflusso e di comunicazione, le costruzioni di ogni specie, le applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo.
Sia l’ingegnere che l’architetto possono occuparsi di opere di edilizia civile. Tuttavia, le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico, il restauro e il ripristino degli edifici sottoposti a vincolo culturale spettano solo all’architetto. Su questi edifici, però, l’ingegnere può occuparsi della parte tecnica.
La decisione della Corte Ue
Alla luce della normativa europea e italiana, la Corte di Giustizia ha concluso che agli ingegneri civili che hanno ottenuto i propri titoli in Italia non competono le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici di interesse culturale.
Trattandosi di una situazione puramente interna, la Corte Ue ha stabilito che la norma italiana non viola né la direttiva 85/384 né il principio della parità di trattamento.
Per la Corte Ue, la direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto e non intende fornire una definizione giuridica delle attività del settore dell’architettura. Per questi motivi spetta alla normativa nazionale dello Stato membro ospitante individuare le attività rientranti in tale settore.
La limitazione opera però solo a livello nazionale. L’Italia riconosce infatti i titoli di studio rilasciati dagli altri Paesi membri e non può effettuare una verifica sulle qualifiche prima di consentire ad un ingegnere laureato all’estero di intervenire su un immobile artistico.
domenica, aprile 07, 2013
Nuovo libro di Saviano
Su segnalazione di PaolaF...
La cocaina oro del mondo
il nuovo libro di Saviano
Sette anni dopo Gomorra esce "Zero Zero Zero"; il libro inchiesta sulla droga che fa girare il mondo. "Non esistono titoli quotati in Borsa che possono generare lo stesso profitto e così velocemente"
PRENDI un elastico e comincia a tenderlo. All'inizio non c'è quasi resistenza. Lo allunghi senza difficoltà. Sino a quando raggiungi la massima estensione oltre la quale l'elastico si spezza. L'economia di oggi funziona come il tuo elastico. Quell'elastico è il comportamento secondo le regole di concorrenza leale e secondo la legge. In principio tutto era facile, le risorse disponibili, il mercato pronto a essere invaso da ogni nuova merce capace di renderti la vita più bella e più comoda. Quando compravi, sentivi di aver fatto un salto verso un futuro migliore. Se producevi, ti percepivi nella stessa dimensione. Radio. Automobili. Frigoriferi. Lavatrici. Aspirapolvere. Scarpe eleganti e scarpe sportive. Rasoi elettrici. Pellicce. Televisori. Viaggi organizzati. Abiti firmati. Computer portatili. Cellulari. Non dovevi tirare più di tanto l'elastico delle regole. Oggi siamo vicini al punto di rottura. Ogni nicchia è stata conquistata, ogni bisogno soddisfatto. Le mani che tendono l'elastico si spingono sempre più in là, rifuggono la saturazione allargandolo ancora di un millimetro nella speranza che quello sforzo non sia davvero l'ultimo.
GUARDA IL VIDEO
Al limite ti attrezzi per delocalizzare all'Est o provi a lavorare in nero ed evadere le tasse. Cerchi di tirare l'elastico il più possibile. È la dura vita dell'imprenditore.
Di Mark Zuckerberg ne nasce uno al secolo. Pochissimi possono generare ricchezza soltanto da un'idea e, per quanto vincente, quell'idea non genera un indotto solido. Gli altri sono costretti a una guerra di posizione per piazzare beni e servizi che magari durano il tempo di un battito d'ali. Tutti i beni sono costretti a sottostare alla regola dell'elastico. Tutti tranne uno. La cocaina.
Non esiste mercato al mondo che renda più di quello della cocaina. Non esiste investimento finanziario al mondo che frutti come investire in cocaina. Nemmeno i rialzi azionari da record sono paragonabili agli "interessi" che dà la coca. Nel 2012, anno di uscita dell'iPhone 5 e del mini iPad, la Apple è diventata la società più capitalizzata che si sia mai vista su un listino azionario. Le azioni Apple hanno subìto un rialzo in Borsa del 67 per cento in un solo anno. Un rialzo notevole per i numeri della finanza. Se avessi investito mille euro in azioni Apple all'inizio del 2012, ora ne avresti milleseicentosettanta. Non male. Ma se avessi investito mille euro in coca all'inizio del 2012, ora ne avresti centottantaduemila: cento volte di più che investendo nel titolo azionario record dell'anno!
La cocaina è un bene rifugio. La cocaina è un bene anticiclico. La cocaina è il vero bene che non teme né la scarsità di risorse né l'inflazione dei mercati. Ci sono moltissimi angoli del mondo che vivono senza ospedali, senza web, senza acqua corrente. Ma non senza coca. Dice l'Onu che nel 2009 se ne sono consumate ventuno tonnellate in Africa, quattordici in Asia, due in Oceania. Più di centouno in tutta l'America Latina e Caraibi. Tutti la vogliono, tutti la consumano, tutti coloro che cominciano a usarla ne hanno bisogno. Le spese sono minime, piazzarla è immediato, altissimo il margine di profitto. [...]
Non esistono titoli quotati in Borsa che possono generare il profitto della cocaina. L'investimento più spericolato, la speculazione più anticipatrice, movimenti rapidissimi di ingenti flussi di danaro che riescono ad abbattersi sulle condizioni di vita di interi continenti, non ottengono una moltiplicazione del valore neppure lontanamente paragonabile. Chi punta sulla coca, accumula in pochi anni ricchezze che in genere le grandi holding hanno conseguito in decenni di investimenti e speculazioni finanziarie. Se un gruppo imprenditoriale riesce ad avere le mani sulla coca, detiene un potere impossibile da raggiungere con qualsiasi altro mezzo. Da zero a mille. Un'accelerazione che non può dare nessun altro motore economico. Per questo, laddove la coca è l'economia di scala, non esiste altro che lo scontro feroce e violento. Non c'è mediazione sulla coca. O tutto o nulla. E tutto dura poco. Non puoi fare traffico di cocaina con sindacati e piani industriali, con aiuti dello Stato e norme impugnabili in tribunale. Vinci se sei il più forte, il più furbo, il più organizzato, il più armato. Per qualsiasi azienda vale che più tendi l'elastico, più riesci a importi sul mercato. Se quell'elastico riesci a tenderlo ancora di più con la coca, allora potrai vincere in ogni altro settore. Solo la legge può spezzare l'elastico. Ma anche quando la legge rintraccia la radice criminale e cerca di estirparla, resta difficile che riesca a trovare tutte le imprese legali, gli investimenti immobiliari e i conti in banca che sono stati acquisiti grazie alla tensione straordinaria ottenuta dalla polvere bianca.
La cocaina è un bene complesso. Dietro il suo candore nasconde il lavoro di milioni di persone. Nessuna di queste si arricchisce come coloro che sanno piazzarsi nel punto giusto della filiera produttiva. I Rockefeller della cocaina sanno come nasce il loro prodotto, passaggio per passaggio. Sanno che a giugno si semina e che ad agosto c'è la raccolta. Sanno che la semina dev'essere fatta con un seme proveniente da piante di almeno tre anni e che i raccolti di coca si fanno tre volte all'anno. Sanno che le foglie raccolte devono essere messe a seccare entro ventiquattr'ore dalla potatura, altrimenti si rovinano e non le vendi più. Sanno che il passo successivo è scavare due buchi nel terreno. Nel primo, insieme alle foglie secche, devi aggiungere carbonato di potassio e kerosene. Sanno che poi bisogna pestare per bene questo mix, fino a ottenere una sbobba verdastra, il carbonato di cocaina, che una volta filtrato deve essere trasferito nel secondo buco. Sanno che l'ingrediente successivo è l'acido solforico concentrato. Sanno che quello che così si ottiene è il solfato basico di cocaina, la pasta basica, che va fatta essiccare. Sanno che gli ultimi passaggi comportano acetone, acido cloridrico, alcol assoluto. Sanno che bisogna filtrare ancora e ancora. E poi di nuovo a seccare. Sanno che si ottiene il cloridrato di cocaina, chiamato comunemente: cocaina.
Sanno, i Rockefeller della cocaina, che per ottenere più o meno mezzo chilo di coca purissima servono: tre quintali di foglie e un manipolo di operai a tempo pieno. Tutto questo gli imprenditori della cocaina lo sanno come qualunque capo d'azienda. Ma sanno soprattutto che la massa dei contadini, degli spacciatori e trasportatori che hanno trovato un lavoro poco più redditizio di ciò che possono tentare di cercarsi altrove continua lo stesso ad avere entrambi i piedi piantati nella miseria. È manovalanza, una marea di sudditi interscambiabili nella perpetuazione di un sistema di sfruttamento e arricchimento a beneficio di pochi. E in cima a quei pochi ci sono quelli che hanno avuto la lungimiranza di capire che nel lungo viaggio della coca, dalle foglie colombiane alle narici del consumatore occasionale, i soldi veri si fanno con la vendita, la rivendita e la gestione dei prezzi. Perché se è vero che un chilo di cocaina in Colombia viene venduto a millecinquecento dollari, in Messico tra i dodicimila e i sedicimila, negli Stati Uniti a ventisettemila, in Spagna a quarantaseimila, in Olanda a quarantasettemila, in Italia a cinquantasettemila e nel Regno Unito a settantasettemila; se è vero che i prezzi al grammo variano dai sessantuno dollari del Portogallo e arrivano ai centosessantasei del Lussemburgo, passando per gli ottanta in Francia, gli ottantasette in Germania, i novantasei in Svizzera e i novantasette in Irlanda; se è vero che da un chilo di cocaina pura con il taglio si ricavano mediamente tre chili che verranno venduti in dosi da un grammo; se è vero tutto questo, è altrettanto vero che chi comanda l'intera filiera è uno degli uomini più ricchi del mondo.
Nuove borghesie mafiose gestiscono oggi il traffico di coca. Attraverso la distribuzione conquistano il territorio dove viene commerciata. Un Risiko di dimensioni planetarie. Da una parte i territori di produzione che diventano feudi dove non cresce più nulla se non povertà e violenza, territori che i gruppi mafiosi tengono sotto controllo elargendo carità ed elemosina che spacciano per diritti. Non deve esserci sviluppo. Solo prebende. Se qualcuno vuole riscattarsi non deve reclamare per sé diritti ma ricchezza. Una ricchezza che deve sapersi prendere. In questo modo si perpetua un unico modello d'affermazione di cui la violenza è solo veicolo e strumento. Quel che si impone è potere prodotto e conteso in purezza, come la cocaina stessa. Dall'altra parte paesi e nazioni dove piazzare al centro della mappa le proprie bandierine. Italia: presenti. Inghilterra: presenti. Russia: presenti. Cina: presenti. Ovunque. Per le famiglie più forti, la coca funziona con la facilità di un bancomat. C'è da comprare un centro commerciale? Importi coca e dopo un mese ci sono i soldi per chiudere la transazione. Devi influenzare campagne elettorali? Importi coca e sei pronto nel giro di poche settimane. La cocaina è la risposta universale al bisogno di liquidità. L'economia della coca cresce a dismisura e arriva ovunque
La cocaina oro del mondo
il nuovo libro di Saviano
Sette anni dopo Gomorra esce "Zero Zero Zero"; il libro inchiesta sulla droga che fa girare il mondo. "Non esistono titoli quotati in Borsa che possono generare lo stesso profitto e così velocemente"
PRENDI un elastico e comincia a tenderlo. All'inizio non c'è quasi resistenza. Lo allunghi senza difficoltà. Sino a quando raggiungi la massima estensione oltre la quale l'elastico si spezza. L'economia di oggi funziona come il tuo elastico. Quell'elastico è il comportamento secondo le regole di concorrenza leale e secondo la legge. In principio tutto era facile, le risorse disponibili, il mercato pronto a essere invaso da ogni nuova merce capace di renderti la vita più bella e più comoda. Quando compravi, sentivi di aver fatto un salto verso un futuro migliore. Se producevi, ti percepivi nella stessa dimensione. Radio. Automobili. Frigoriferi. Lavatrici. Aspirapolvere. Scarpe eleganti e scarpe sportive. Rasoi elettrici. Pellicce. Televisori. Viaggi organizzati. Abiti firmati. Computer portatili. Cellulari. Non dovevi tirare più di tanto l'elastico delle regole. Oggi siamo vicini al punto di rottura. Ogni nicchia è stata conquistata, ogni bisogno soddisfatto. Le mani che tendono l'elastico si spingono sempre più in là, rifuggono la saturazione allargandolo ancora di un millimetro nella speranza che quello sforzo non sia davvero l'ultimo.
GUARDA IL VIDEO
Al limite ti attrezzi per delocalizzare all'Est o provi a lavorare in nero ed evadere le tasse. Cerchi di tirare l'elastico il più possibile. È la dura vita dell'imprenditore.
Di Mark Zuckerberg ne nasce uno al secolo. Pochissimi possono generare ricchezza soltanto da un'idea e, per quanto vincente, quell'idea non genera un indotto solido. Gli altri sono costretti a una guerra di posizione per piazzare beni e servizi che magari durano il tempo di un battito d'ali. Tutti i beni sono costretti a sottostare alla regola dell'elastico. Tutti tranne uno. La cocaina.
Non esiste mercato al mondo che renda più di quello della cocaina. Non esiste investimento finanziario al mondo che frutti come investire in cocaina. Nemmeno i rialzi azionari da record sono paragonabili agli "interessi" che dà la coca. Nel 2012, anno di uscita dell'iPhone 5 e del mini iPad, la Apple è diventata la società più capitalizzata che si sia mai vista su un listino azionario. Le azioni Apple hanno subìto un rialzo in Borsa del 67 per cento in un solo anno. Un rialzo notevole per i numeri della finanza. Se avessi investito mille euro in azioni Apple all'inizio del 2012, ora ne avresti milleseicentosettanta. Non male. Ma se avessi investito mille euro in coca all'inizio del 2012, ora ne avresti centottantaduemila: cento volte di più che investendo nel titolo azionario record dell'anno!
La cocaina è un bene rifugio. La cocaina è un bene anticiclico. La cocaina è il vero bene che non teme né la scarsità di risorse né l'inflazione dei mercati. Ci sono moltissimi angoli del mondo che vivono senza ospedali, senza web, senza acqua corrente. Ma non senza coca. Dice l'Onu che nel 2009 se ne sono consumate ventuno tonnellate in Africa, quattordici in Asia, due in Oceania. Più di centouno in tutta l'America Latina e Caraibi. Tutti la vogliono, tutti la consumano, tutti coloro che cominciano a usarla ne hanno bisogno. Le spese sono minime, piazzarla è immediato, altissimo il margine di profitto. [...]
Non esistono titoli quotati in Borsa che possono generare il profitto della cocaina. L'investimento più spericolato, la speculazione più anticipatrice, movimenti rapidissimi di ingenti flussi di danaro che riescono ad abbattersi sulle condizioni di vita di interi continenti, non ottengono una moltiplicazione del valore neppure lontanamente paragonabile. Chi punta sulla coca, accumula in pochi anni ricchezze che in genere le grandi holding hanno conseguito in decenni di investimenti e speculazioni finanziarie. Se un gruppo imprenditoriale riesce ad avere le mani sulla coca, detiene un potere impossibile da raggiungere con qualsiasi altro mezzo. Da zero a mille. Un'accelerazione che non può dare nessun altro motore economico. Per questo, laddove la coca è l'economia di scala, non esiste altro che lo scontro feroce e violento. Non c'è mediazione sulla coca. O tutto o nulla. E tutto dura poco. Non puoi fare traffico di cocaina con sindacati e piani industriali, con aiuti dello Stato e norme impugnabili in tribunale. Vinci se sei il più forte, il più furbo, il più organizzato, il più armato. Per qualsiasi azienda vale che più tendi l'elastico, più riesci a importi sul mercato. Se quell'elastico riesci a tenderlo ancora di più con la coca, allora potrai vincere in ogni altro settore. Solo la legge può spezzare l'elastico. Ma anche quando la legge rintraccia la radice criminale e cerca di estirparla, resta difficile che riesca a trovare tutte le imprese legali, gli investimenti immobiliari e i conti in banca che sono stati acquisiti grazie alla tensione straordinaria ottenuta dalla polvere bianca.
La cocaina è un bene complesso. Dietro il suo candore nasconde il lavoro di milioni di persone. Nessuna di queste si arricchisce come coloro che sanno piazzarsi nel punto giusto della filiera produttiva. I Rockefeller della cocaina sanno come nasce il loro prodotto, passaggio per passaggio. Sanno che a giugno si semina e che ad agosto c'è la raccolta. Sanno che la semina dev'essere fatta con un seme proveniente da piante di almeno tre anni e che i raccolti di coca si fanno tre volte all'anno. Sanno che le foglie raccolte devono essere messe a seccare entro ventiquattr'ore dalla potatura, altrimenti si rovinano e non le vendi più. Sanno che il passo successivo è scavare due buchi nel terreno. Nel primo, insieme alle foglie secche, devi aggiungere carbonato di potassio e kerosene. Sanno che poi bisogna pestare per bene questo mix, fino a ottenere una sbobba verdastra, il carbonato di cocaina, che una volta filtrato deve essere trasferito nel secondo buco. Sanno che l'ingrediente successivo è l'acido solforico concentrato. Sanno che quello che così si ottiene è il solfato basico di cocaina, la pasta basica, che va fatta essiccare. Sanno che gli ultimi passaggi comportano acetone, acido cloridrico, alcol assoluto. Sanno che bisogna filtrare ancora e ancora. E poi di nuovo a seccare. Sanno che si ottiene il cloridrato di cocaina, chiamato comunemente: cocaina.
Sanno, i Rockefeller della cocaina, che per ottenere più o meno mezzo chilo di coca purissima servono: tre quintali di foglie e un manipolo di operai a tempo pieno. Tutto questo gli imprenditori della cocaina lo sanno come qualunque capo d'azienda. Ma sanno soprattutto che la massa dei contadini, degli spacciatori e trasportatori che hanno trovato un lavoro poco più redditizio di ciò che possono tentare di cercarsi altrove continua lo stesso ad avere entrambi i piedi piantati nella miseria. È manovalanza, una marea di sudditi interscambiabili nella perpetuazione di un sistema di sfruttamento e arricchimento a beneficio di pochi. E in cima a quei pochi ci sono quelli che hanno avuto la lungimiranza di capire che nel lungo viaggio della coca, dalle foglie colombiane alle narici del consumatore occasionale, i soldi veri si fanno con la vendita, la rivendita e la gestione dei prezzi. Perché se è vero che un chilo di cocaina in Colombia viene venduto a millecinquecento dollari, in Messico tra i dodicimila e i sedicimila, negli Stati Uniti a ventisettemila, in Spagna a quarantaseimila, in Olanda a quarantasettemila, in Italia a cinquantasettemila e nel Regno Unito a settantasettemila; se è vero che i prezzi al grammo variano dai sessantuno dollari del Portogallo e arrivano ai centosessantasei del Lussemburgo, passando per gli ottanta in Francia, gli ottantasette in Germania, i novantasei in Svizzera e i novantasette in Irlanda; se è vero che da un chilo di cocaina pura con il taglio si ricavano mediamente tre chili che verranno venduti in dosi da un grammo; se è vero tutto questo, è altrettanto vero che chi comanda l'intera filiera è uno degli uomini più ricchi del mondo.
Nuove borghesie mafiose gestiscono oggi il traffico di coca. Attraverso la distribuzione conquistano il territorio dove viene commerciata. Un Risiko di dimensioni planetarie. Da una parte i territori di produzione che diventano feudi dove non cresce più nulla se non povertà e violenza, territori che i gruppi mafiosi tengono sotto controllo elargendo carità ed elemosina che spacciano per diritti. Non deve esserci sviluppo. Solo prebende. Se qualcuno vuole riscattarsi non deve reclamare per sé diritti ma ricchezza. Una ricchezza che deve sapersi prendere. In questo modo si perpetua un unico modello d'affermazione di cui la violenza è solo veicolo e strumento. Quel che si impone è potere prodotto e conteso in purezza, come la cocaina stessa. Dall'altra parte paesi e nazioni dove piazzare al centro della mappa le proprie bandierine. Italia: presenti. Inghilterra: presenti. Russia: presenti. Cina: presenti. Ovunque. Per le famiglie più forti, la coca funziona con la facilità di un bancomat. C'è da comprare un centro commerciale? Importi coca e dopo un mese ci sono i soldi per chiudere la transazione. Devi influenzare campagne elettorali? Importi coca e sei pronto nel giro di poche settimane. La cocaina è la risposta universale al bisogno di liquidità. L'economia della coca cresce a dismisura e arriva ovunque
2 aprile 2013
Foto della settimana
Val di Daone
04 gennaio 2010
Val Daone, altra patria delle cascate di ghiaccio, pestando neve vergine alla ricerca della colata "Notre Dame de la glace"...
Alessio
sabato, aprile 06, 2013
L'Aquila: 2009-2013
L’Aquila 4 anni dopo.
Ricostruzione in 10 anni assicura Barca
Massimo Cialente: “Il 7 aprile 2009, tutte le Case, di qualsiasi esito, sono state evacuate e nel successivo mese di agosto, 20 mila persone sono rientrate in Case dall’esito a, per il ripristino delle quali ci sono voluti 60/90 giorni. Diverso il destino degli altri esiti; le B e le C, gestite dal comune, sono state ricostruite di fretta mentre sulle e pende ancora un pesante ritardo, accumulato dalla gestione del commissario e della struttura tecnica di missione. Rientreranno comunque per la metà dell’anno prossimo le E della periferia”.
E’ il quadro Illustrato dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, durante il primo step della giornata che il ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, ha dedicato ai comuni del Cratere. Aiutato da slide, il primo cittadino ha aggiunto che “dal Punto di vista dei finanziamenti, le B e le C hanno ricevuto contributi per 513 mln di euro, mentre per le e sono stati erogati sinora 1 miliardo e 110 milioni“. “Possiamo ben dire che la ricostruzione delle A, delle B e delle C sia pressoche’ conclusa con oltre 48 mila aquilani rientrati nelle loro abitazioni ed un crollo di oltre il 50% dell’erogazione del contributo di autonoma sistemazione (cas) - ha proseguito Cialente - il vero problema resta il centro storico, dove risiede la preponderanza degli esiti E. Delle B e le C del centro, che in prevalenza sono nelle aree a breve, ci sono sinora pervenuti 462 progetti, di cui 386 finanziati.
Delle case E, che sono migliaia, ci sono invece pervenuti solo 1.931 progetti, con una richiesta di 1,5 mld di euro”. E poi: “E’ questo il momento di partire con l’asse centrale, cuore pulsante della città per il quale ci servono, in totale, 1 mld e 312 milioni di euro, di cui 412 milioni subito, quest’anno”.
Delle case E, che sono migliaia, ci sono invece pervenuti solo 1.931 progetti, con una richiesta di 1,5 mld di euro”. E poi: “E’ questo il momento di partire con l’asse centrale, cuore pulsante della città per il quale ci servono, in totale, 1 mld e 312 milioni di euro, di cui 412 milioni subito, quest’anno”.
Barca a L’Aquila: “Ricostruzione fattibile in 10 anni”
Ora ci sono una programmazione e criteri di priorità che rendono “assolutamente fattibile” la stima di 8-10 anni per il completamento della ricostruzione post terremoto dell’Aquila. E’ solo uno dei concetti espressi oggi, nella città terremotata, dal Ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, nella giornata dedicata al consuntivo di 14 mesi da “inviato” nei Comuni del cratere per volonta’ del presidente del consiglio, Mario Monti. Barca, accompagnato da Gianni Letta ed alla presenza delle istituzioni locali e dei soggetti a vario titolo coinvolti nel processo di rinascita, ha ribadito che “dopo l’approvazione del cronoprogramma da parte del Comune dell’Aquila e di alcuni piani degli altri comuni, ora la ricostruzione è su un piano di certezza”. “E’ importante, però - ha avvertito Barca - che la mobilitazione cittadina non sia solo sul reperimento immediato e rapidissimo delle altre risorse, ma sul fatto che gli impegni che oggi ci sono stati raccontati vengano assunti”. Il ministro ha auspicato che “ci sia molta cassa - e la cassa ci sarà - perchè ho inviato al ministro dell’economia la firma su una variazione di bilancio che verrà fatta nei prossimi giorni”.
L'Aquila quattro anni dopo
6 aprile 2009- 6 aprile 2013 sono passati quasi 4 anni dal disastroso
terremoto che ha colpito L'Aquila. Cosa è cambiato?
L’AQUILA, QUATTRO ANNI DOPO IL SISMA:
IN AUMENTO I CASI DI DEPRESSIONE
Il centro del capoluogo abruzzese è una città fantasma, la gente vive in agglomerati anonimi e asettici, le relazioni sociali sono andate in pezzi. Il trauma collettivo continua. Un reportage di Mente&Cervello segnala la sempre maggiore diffusione delle patologie psichiche.
Hanno perso familiari e amici. Non hanno più la loro casa e il cuore della loro città è ancora in rovina. Non trovano luoghi nei quali incontrarsi e le relazioni sociali sono completamente disgregate. Vivono in agglomerati anonimi e asettici, nei quali è impossibile recuperare la propria identità. A pochi giorni dal quarto anniversario del sisma, che il 6 aprile 2009 devastò L’Aquila e molti comuni vicini, i cittadini del capoluogo abruzzese continuano a vivere un tempo “dissestato, sconnesso, una vita fuori sincrono in cui tutto è diviso tra prima e dopo il sisma, senza possibilità di progettualità”.
Sintomi di un trauma collettivo, che ha lasciato segni profondi durante la scossa, ma soprattutto nel periodo successivo, e i cui effetti ancora evidenti sono una “depressione fuori controllo e la diffusione di patologie mentali in costante aumento”. Una condizione che, stando a quanto scrive Ranieri Salvadorini nel reportage di copertina del prossimo numero di Mente&Cervello, è tangibile in una popolazione prima spaventata, poi disorientata e infine offesa e che ora, nonostante il passare del tempo, fatica a ritrovare se stessa.
Il caos e il dolore. Difficilissimi i primi giorni dopo il sisma, scrive Salvadorini, con la gestione dell’emergenza completamente affidata alla Protezione civile. Il clima teso si respirava soprattutto nelle tendopoli dove gli psicologi del Dipartimento salute mentale dell’Aquila hanno dovuto lottare non poco per ‘ritagliarsi’ degli spazi per continuare a seguire le persone che avevano in cura prima del terremoto e per fornire assistenza ai nuovi traumatizzati. Al dolore per la perdita degli affetti e delle case, in quei giorni si è unita la percezione di una sorta di ‘costrizione’ anche negli aiuti. “Certi interventi sono stati più subiti che ricevuti dagli aquilani”, dice uno degli intervistati. “Ogni passaggio della gestione della vicenda aquilana è accompagnato dalla figura del militare, che all’Aquila è stata vissuta molto male”. Una gestione, probabilmente, troppo rigida che, per chi sentiva di aver perso tutto, ha significato la perdita anche della libertà.
“La gestione militarizzata dei campi – si legge nell’articolo – tesa a garantire efficienza, controllo e sicurezza, oltre che i bisogni primari, sembra aver contribuito ad aprire quel solco di depersonalizzazione che ha avuto come esito una popolazione in larga parte ‘obnubilata’, presente e al tempo stesso assente”.
Trauma su trauma. Agli aquilani è mancata, secondo gli psicologi intervistati, la possibilità di prendere coscienza dell’accaduto e di assumersi le responsabilità di ripartire. “Le persone non hanno fatto in tempo a rendersi conto di cosa fosse successo loro che sono state deportate nei campi o negli alberghi, dove era tutto organizzato: pranzo, cena, dentifricio, lenzuola. Mentre era chiaro che, a un certo punto, la gestione dei campi sarebbe dovuta andare in mano agli aquilani”. Ed è esilio, purtroppo, una delle parole (forti) che gli psicologi hanno sentito pronunciare nel corso delle terapie: un concetto difficile da comprendere per chi ha visto la vicenda da fuori e, probabilmente, non capisce come gli ‘aiuti’ possano essere percepiti così. “Chi rimane ferito, la deve vedere la sua ferita – spiega uno degli esperti intervistati; è vero che tu mi medichi, ma io ho bisogno di vedere cosa mi sono fatto. E mi voglio lamentare del mio dolore, perché il primo momento dell’elaborazione avviene attraverso la catarsi”. Questo, però, agli aquilani è stato impedito. La rete sociale si è disgregata e, soprattutto nei primi giorni, persone sconosciute si sono trovate a condividere la stessa tenda (anche in otto). E poi, da un campo all’altro, da un campo a un modulo abitativo provvisorio (map) o a un appartamento del progetto C. a. s. e. “A ogni sgombero c’era un nuovo trauma, specie dove si era riusciti a costruire un po’ di senso di comunità”.
La lunga lista dei divieti. Senz’altro legati alla necessità di mantenere l’ordine e la sicurezza, soprattutto in un momento in cui la confusione era totale, i numerosi divieti dettati all’interno delle tendopoli non hanno certo reso più semplice la sopportazione del dolore. “Il divieto di fare visita ai propri cari se sprovvisti di documento d’identità, il divieto di fare assemblee o di ritrovarsi, il divieto di volantinaggio, il divieto di distribuire caffè, Coca cola, alcool o altre sostanze eccitanti, il divieto di fare visita oltre un certo orario (di solito le 21)…”. E a quanto viene riferito nell’articolo, c’era anche un divieto prefettizio ai giornali di parlare dei suicidi, per evitare che si creasse panico.
Le macerie dell’anima. Un’impennata dei casi di depressione e tantissime persone che, pur non manifestando sintomi gravi della patologia, mostrano segni di malessere. I dati raccolti per una ricerca dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, spiega Salvadorini, rivelano che il 60-70% della popolazione aquilana è stata colpita dalla depressione, mentre tantissimi, pur non manifestando segni evidenti, mostrano “sintomi depressivi di lieve e medio grado di sofferenza, di nostalgie e di scarse speranze per il futuro”. Non c’è più vita sociale e le occasioni di aggregazione sono difficilissime da creare.
Lo schiaffo mediatico. E se non bastava già tutto questo dolore, i terremotati hanno dovuto fare i conti anche con la rappresentazione distorta degli eventi, con le false promesse dei politici e con la negazione della sofferenza che, al contrario, loro sentivano fortissima. “Quando in certe trasmissioni si sentiva dire che gli aquilani stavano bene, molti vivevano l’ingiustizia di vedere negato il proprio disagio concreto… molte persone si sono sentite violentate nella propria sofferenza”. E ora, oltre alle case, c’è bisogno di ricostruire molto di più: la fiducia nel domani e in quel tessuto sociale che significava essere parte di una comunità.
da 6aprile.it
6 APRILE 2013: L’AQUILA 4 ANNI DOPO
IL TERREMOTO E’ ANCORA CONGELATA
venerdì, aprile 05, 2013
Percorsi Ciclabili Brescia - 27
Arriva la Primavera e si riparte anche quest'anno con le proposte bikeristiche!
Per chi abita nei dintorni di Gussago, un giretto attorno al monte.
Vista la brevità, ci si può avventuare anche nel sentiero che risale fin in cima!
(che però non ho mappato)
Percorsi Ciclabili in provincia di Brescia - 27
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Percorsi Ciclabili in provincia di Brescia - 27
"Periplo della Santissima"
a Gussago
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Gussago
3 km
tipo di bici: mountain bike
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Note: metà sterrato, metà asfalto
ideale per una corsetta
Altimetria:
http://www.sports-tracker.com/workout/marcofax/56643772e4b008acda9ff8fb
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giovedì, aprile 04, 2013
La storia della Caffaro di Brescia
Visto il post sullo speciale in TV
http://compagniaindie.blogspot.it/2013/04/brescia-pcb-caffaro.html
oltre alle segnalazioni di Ugo e PaolaF (nei commenti del link qui sopra)
ecco la segnalazione di Tizi con tutta la storia dettagliata di questa "catastrofe" ambientale.
Gli azionisti di controllo variarono, ovviamente, nel tempo: agli inizi i milanesi Pietro Curletti e la famiglia Visconti di Modrone, imparentata con Carlo Erba; negli anni Settanta, il sindacato di controllo era formato da Mediobanca (16,39%), Pechiney-Ugine Kuhlman (16,09%), Finanziaria Pas (6,95%), Gruppo Oronzo de Nora (13,45%) nonché dai gruppi familiari Feltrinelli e Loro; dal 1985 Caffaro viene inglobata da Snia-BPD, controllata da Fiat e da Mediobanca; nel 1998 la Fiat cedeva le azioni di controllo di Snia a Cesare Romiti, come parte delle sue spettanze di liquidazione; alla fine del 1998 il finanziere monegasco Luigi Giribaldi e l'industriale piemontese Cornelio Valletto, con un investimento di 200 miliardi, assunsero il controllo della Snia. Nel 1999 un 20,5% del capitale venne acquistato dal gruppo finanziario dell'orbita dei protagonisti della scalata borsistica di Telecom, l'Hopa di Gnutti e la Fingruppo di Colannino, che investirono 600 miliardi per subentrare nel controllo del gruppo; il nuovo azionista di riferimento costituitosi nella Bios (Interbanca-Gnutti) consolidava nel 2000 la propria presenza arrivando al 29% del capitale dopo aver acquisito dalla Banca del Gottardo il 6% rimasto nelle mani di Luigi Giribaldi; con la separazione di Colannino da Gnutti, in seguito alla controversa vendita di Telecom a Tronchetti Provera nel 2001, la galassia Hopa di Emilio Chicco Gnutti assunse direttamente il controllo di Snia e decise di dar mandato al manager del gruppo, Umberto Rosa, di studiare la fusione di Snia con le controllate Caffaro e Sorin (tecnologie biomedicali), vale a dire l'inglobamento anche formale di Caffaro in Snia; quindi Hopa lanciava il 30 gennaio 2002 un'Opa per acquisire la maggioranza assoluta del capitale Snia, al fine di focalizzarsi sull'area delle tecnologie mediche e di alienare il settore della chimica. L'offerta pubblica di acquisto si concludeva il 6 aprile 2002, quando Bios si assicurava il controllo al 50,1% di Snia. Snia era un gruppo presente in diverse aree e con diversi stabilimenti: oltre all'area delle tecnologie mediche, considerata ormai il core business, vi era l'area energia (Caffaro Energia), l'area agrochimica (Caffaro Agrochimica), l'area dei film per imballaggi (Caffaro Flexible Packaging S.p.A.), l'area chimica e delle fibre (Caffaro S.p.A. - Business Unit Chemicals). Snia, aderendo alla proposta dell'Opa, dichiarava esplicitamente l'intenzione di dismettere del tutto il settore chimico e quindi la Caffaro, possibilmente ancora nel corso del 2002. Molte attività collaterali furono effettivamente cedute, nel corso del 2002, non la chimica e le fibre, probabilmente anche perché dal 2001 cominciavano a delinearsi le dimensioni del problema inquinamento in carico alla Caffaro di Brescia e anche alla Caffaro di Torviscosa. Snia, fallito questo tentativo, nel giugno 2003 decise la propria scissione in due società: Sorin Spa, società beneficiaria cui conferire le attività del settore tecnologie medicali; Snia Spa, società scissa, con le rimanenti attività chimiche Caffaro, sostanzialmente in capo agli stabilimenti di Brescia e di Torviscosa, nel frattempo ambedue compresi nei siti inquinati di rilevanza nazionale. Dopo l'atto di scissione perfezionato nel gennaio 2004, Snia-Caffaro venne progressivamente abbandonata dagli azionisti delle galassia Hopa, evolvendosi verso un assetto di public company, priva di azionista di controllo. Dopo un periodo di grandi difficoltà produttive e finanziarie ed in seguito al sequestro dell'impianto di cloro-soda dello stabilimento Caffaro di Torviscosa, disposto l'11 settembre 2008 dalla Procura di Udine, il 15 gennaio 2009 Snia S.p.A. comunicava che Caffaro aveva deliberato lo scioglimento anticipato della società e la conseguente messa in liquidazione della stessa.
20 Fabbricazione di prodotti chimici
20.1 Fabbricazione di prodotti chimici di base, di fertilizzanti e composti azotati, di materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie
20.13 Fabbricazione di altri prodotti chimici di base inorganici
20.13.09 Fabbricazione di altri prodotti chimici di base inorganici
20.20.00 Fabbricazione di agrofarmaci e di altri prodotti chimici per l'agricoltura (esclusi i concimi)
La materia prima fondamentale era dunque il sale, per la precisione, all'inizio, salgemma tratto dal giacimento di Porto Empedocle, in provincia di Girgenti in Sicilia, in ragione di circa 200 quintali al giorno, cui veniva aggiunta acqua per ottenere la salamoia da introdurre nei bagni elettrolitici da cui si ricavava la soda caustica, con la produzione anche di cloro e di idrogeno.
Dunque le materie prime essenziali in quei primi anni erano: il sale proveniente dalla Sicilia, l'acqua prelevata in grande quantità (si attesterà sui 10-12 milioni di m3 l'anno, pari al fabbisogno di una cittadina di 40.000 abitanti) dalla falda sottostante, la pietra calcarea proveniente dai dintorni di Rezzato (Brescia), e l'energia elettrica prodotta dalla centrale del fiume Caffaro, da cui la fabbrica aveva preso il nome, collocata nel comune di Bagolino (Brescia). Va aggiunto il mercurio, teoricamente riutilizzato all'infinito, in realtà in parte disperso in ambiente e quindi da reintegrare.
La Caffaro, a partire dalla fine degli anni Trenta, si trasformò profondamente: da fabbrica della soda caustica, in cui il cloro inizialmente risultava un sottoprodotto fastidioso e difficilmente riutilizzabile, diventò sempre piú un'industria di prodotti derivati appunto dal cloro, in particolare di composti organici del cloro, spesso sostanze molto tossiche, cancerogene, non degradabili e accumulabili nella catena alimentare. Alcune di queste sostanze, quelle piú problematiche per l'ambiente, sono oggi note come POPs (persistent organic pollutants), ovvero la “sporca dozzina”, sostanze in genere cancerogene, ma soprattutto xenobiotiche, estranee alla biosfera, la quale non riesce a degradarle.
Questa conversione produttiva, in realtà, aveva avuto un'anticipazione importante durante la Prima guerra mondiale, quando venne installato in Caffaro un impianto per la produzione del monoclorbenzolo.
I prodotti che maggiormente caratterizzarono la Caffaro di Brescia, per circa mezzo secolo, a partire dal 1938, furono i PCB, policlorobifenili.
Fu la multinazionale americana Monsanto a brevettare i PCB negli anni Venti, mantenendone il monopolio fino a quando questi prodotti vennero messi al bando per l'eccessiva tossicità. La Monsanto concesse l'uso del brevetto, adeguatamente compensato con relative royalties, ad un'azienda per ognuno dei principali paesi industrializzati (Giappone, Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Spagna). In Italia ad accaparrarselo, nel 1938, fu appunto la Caffaro di Brescia,
I PCB (C12H20-nCl, con n compreso tra 1 e 10) sono una classe di idrocarburi clorurati non polari con nucleo bifenilico (due molecole di benzene legate tra loro), con sostituzione di 1 fino a 10 atomi di idrogeno con atomi di cloro.
Tra i 209 congeneri di PCB, alcuni di questi, esattamente 12, hanno dimostrato gradi di tossicità confrontabili con quelli osservati per la 2,3,7,8‑tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD) e sono chiamati diossina-simili: da questo punto di vista si può quantificare il grado di tossicità di una miscela di PCB applicando un Fattore Equivalente di Tossicità (TEF o TEQ).
I PCB furono impiegati soprattutto come liquidi isolanti, refrigeranti ed ininfiammabili, nei trasformatori e condensatori, nonché nelle vernici, nelle plastiche, negli adesivi, nei lubrificanti e nei pesticidi; servivano anche come liquidi di trasmissione di pressione e di calore. Sono composti altamente stabili e pochissimo biodegradabili; inoltre possiedono una straordinaria capacità di bioaccumulazione nella catena alimentare, per cui anche una minima presenza nel terreno (decine di parti per miliardo ovvero di microgrammi/kg) determina un loro passaggio nei vegetali e quindi negli animali fino all'uomo. I PCB, sia per la struttura chimica che per le caratteristiche tossicologiche, sono precursori e parenti stretti delle diossine (PCDD/F). Ma è soprattutto dal secondo dopoguerra che la Caffaro diventò a tutti gli effetti un'industria chimica produttrice di composti organici cloroderivati.
Un'altra linea molto importante di prodotti fino al 1975, quando fu trasferita ad Adria, fu quella relativa ai fitofarmaci, anticrittogamici, insetticidi, disinfettanti e fertilizzanti.
Già nel 1912 la Caffaro, per riutilizzare il cloro liberato dal processo elettrolitico, iniziò la produzione di ossicloruro di rame, un anticrittogamico per le viti efficace contro la Peronospera che fu commercializzato con il nome di Pasta Caffaro Elettrocuprifera, successivamente commercializzata anche come Polvere Caffaro. La Polvere Caffaro era una polvere verde-chiara, insolubile in acqua, con la quale formava però una poltiglia molto bene adesiva alla foglia e che possedeva buona azione antiperonosporica. Per prepararla veniva impiegato il cloro che, fatto passare attraverso torri cariche di rame in presenza di acqua e di acido cloridrico, dava luogo ad una soluzione contenente cloruro rameico e rameoso, la quale veniva ulteriormente clorurata trasformando tutto il rame in cloruro rameico. Dalla soluzione con il latte di calce si otteneva una polvere con il 43% di rame sotto la forma: 3CuO.CaCl2.4H2O. Questa polvere, mescolata con sostanze sospensive, adesive e di altra natura, conteneva il 16,5% di rame. Per l'uso essa veniva stemperata in acqua nella dose dell'1% o a dosi maggiori, dall'1,5 al 2%, nel caso di forte infezione peronosporica.
Nel primo dopoguerra, precisamente dal 1920, entrarono in produzione anche gli insetticidi arsenicali, tanto l'arseniato di piombo che, successivamente, quello di calcio: in tutte queste preparazioni la materia prima arsenicale era l'arsenico, che veniva ossidato ad acido arsenico col cloro, quindi la reazione avveniva in tini nei quali erano fatti “reagire l'acido nitrico, l'acido arsenico con i trucioli di ossido di piombo”, con una produzione di 5 tonnellate mese.
Nel 1925 venivano prodotti anche disinfettanti a base di cloro, cloralio, cloroformio, clorofenolo, cloruro di zolfo, acido arsenico.
Nel 1927 comparvero due nuovi prodotti: il metabisolfito di potassio e l'idrosolfito di sodio anidro.
Nel 1932 vasta era la gamma dei prodotti per l'agricoltura: oltre agli ossicloruri, rameina, zolfo ramato, polvere Caffaro all'arseniato di piombo, polvere zincocuprica, abruchite, arseniati di calcio, di soda, di piombo, arsenito di soda, azol, baflor, cuprazol, ferfor, fluoris, sapotrol, coccidol, ibernol, nicol, procid, verderin, cruscolina, aficida. Il nicol fu ilprimo prodotto nazionale a base di nicotina contro gli afidi, specie del pesco, l'ibernol, a base di olii animali e di basi piridiche, il coccidol,a base di olii minerali speciali contro le cocciniglie degli agrumi ed altri minori
Nei primi mesi del 1936 entrava in funzione negli stabilimenti Caffaro il primo impianto di permanganato potassico: sale corrispondente al grado di ossidazione +7 del manganese con elevate proprietà ossidanti, il KMnO4 si presentava in cristalli violetti, era solubile in acqua e aveva energico potere disinfettante per cui era usato in medicina. Sempre in quell'anno, Caffaro produceva il Piretril marca gialla: questo si presentava come una polvere fine di color ambrato, contenente il 0,3% di piretrine, fissate su di un supporto perfettamente neutro e rese altamente stabili con particolari sostanze (probabilmente gli stessi PCB).
Nel 1950 vennero realizzati nuovi insetticidi: il gammaesano e il diclorodifeniletricloroetano (DDT). La produzione di DDT poteva raggiungere i 500 kg/giorno; il DDT grezzo veniva purificato in caldaia dove era fatto fondere e passava in un recipiente di ferro dotato di agitatori in cui il prodotto fuso era sciolto in benzina.
Nel 1952 si producevano il pentaclorofenolo, con proprietà battericide e fungicide superiori al fenolo, e, fra gli intermedi per l'industria farmaceutica, materie prime essenziali per la sintesi dell'idrazide dell'acido isonicotinico, il nuovo farmaco destinato alla lotta antitubercolare.
Nel 1957 entrarono in funzione a Brescia l'impianto per la produzione di ammoniaca sintetica da metano e l'impianto di produzione di acido nitrico (sostanze utili per produrre in proprio nitrato ammonico ed altri fertilizzanti) e nel 1958 venne messo in marcia l'impianto per la fabbricazione di nitrato di ammonio.
Nel 1957 la Caffaro produceva anche l'esaclorocicloesano, sigla HCH, formulato sotto il nome di cloresene, composto da cloro e benzolo (rispettivamente Kg. 0,7 e 0,5 per 1 Kg di cloresene), insetticida, entrato in commercio in Italia nel 1952-53, noto anche con il termine di lindano.
Negli anni Sessanta si aggiungevano altri antiparassitari, come Ziramit, anticrittogamico a base di dimetilditiocarbammato di zinco (ziram), il Liquifos, insetticida emulsionabile a base di Parathion in due versioni, una al 20% e una al 50% (“Questo prodotto è molto tossico, negli stessi depliants propagandistici dell'azienda sono sottolineate, con il teschio e la scritta veleno, con particolare cura, alcune avvertenze per l'uso, e in caso di contagio l'indicazione dell'antidoto “solfato di Atropina” da utilizzare secondo prescrizione medica”), il Paracoccidol, olio minerale bianco con parathion al 3,5% per le piante da frutto, a base di olii minerali bianchi (84%) costituiti soprattutto di insolfonabile e un 12,5% di emulsionanti bagnanti ed infine il Ricid emulsionabile, acaricida ovo-larvicida, composto da Clorbenside, cioè p-clorobenzil-p-clorbenilsolfuro (20%) e da solventi ed emulsionanti (80%).
Nel 1975 i prodotti per l'agricoltura vennero trasferiti ad Adria.
Nel 1982 iniziava la produzione del clortalonil o tetraclorisoftalonitrile, potente erbicida.
Dal 1984 veniva dismessa definitivamente la produzione dei PCB e di altri composti organici del cloro.
Nel 1997 chiudeva il reparto cloro-soda e con esso, poco dopo, anche la produzione delle cloroparaffine.
Al maggio 2000 la situazione per quanto riguardava le produzioni rimaste attive era la seguente: Acido cloridrico, Clortalonil , Clorito di sodio, Clorato di Sodio, Ipoclorito di sodio, Cloruro di calcio, Anidride carbonica, Clortex.
Per dare il senso delle condizioni generali in cui si lavorava in Caffaro nel 1974 si possono citare alcuni rilievi dell'Ispettorato del lavoro di Brescia verificati al reparto clortex:
Particolarmente rilevanti per le quantità storicamente prodotte e per la significativa dispersione in ambiente sono i PCB, (dal 1938 al 1984 -'85, da 1.300 a 2.500 t/a), sostanze molto probabilmente associate a tumore nell'uomo, e responsabili come le diossine, di altri effetti sulla salute, sul sistema endocrino, in particolare, sull'apparato riproduttivo, ecc.
Infine, il tetracloruro di carbonio (320 t/a), entrato in produzione nel 1936 per la clorurazione del caucciú, responsabile di numerosi fenomeni di inquinamento acuto delle acque (1980-1984), sostanza possibile causa di tumore nell'uomo, come pure il DDT (dal 1950 al 1957 per 500Kg/g) e l'esaclorocicloesano o lindano, e diversi altri composti: i già citati clorofenoli prodotti tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, il cloroformio, negli anni Venti e Trenta, le cloroparaffine, tra il 1967 e il 1996 (11.000 t/a) ed il clortalonil, in produzione dal 1984 fino ad oggi (2.300 t/a), tutte sostanze probabilmente associate a tumore nell'uomo.
Successivamente la linea dell'azienda è sempre stata quella di porre in essere solo gli interventi a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori che le venivano prescritti, come si evince dal citato sopralluogo in azienda, compiuto dall'Ispettorato del Lavoro di Brescia, durato ben otto giorni, dal 6 al 16 marzo 1974: vennero rilevate numerose inadempienze e carenze anche gravi, che evidenziavano un ambiente di lavoro non proprio attento alla tutela degli operatori.
La linea aziendale registrò un'evoluzione significativa a partire dal 1976, quando parte dell'opinione pubblica, scossa dall'evento Seveso, cominciò a mettere in discussione la collocazione della fabbrica in città: a questo punto la direzione aziendale capì che era essenziale il sostegno dei lavoratori e del sindacato aziendale e che questo non poteva che essere ottenuto con una diversa disponibilità al dialogo ed a definire intese migliorative delle condizioni e dell'ambiente di lavoro, come effettivamente con gradualità avvenne. In questo contesto l'azienda concordò anche l'ingresso di istituzioni pubbliche di medicina del lavoro a supporto della tutela dei lavoratori.
Questo materiale diventò prezioso quando la Caffaro fu investita dal ciclone Seveso, nel 1976, essendo immediatamente assimilata all'Icmesa per le produzioni dei PCB, come si è visto, parenti stretti e precursori delle diossine. Fu in quel frangente che per la prima volta da parte di settori della pubblica opinione venne messa in discussione la stessa collocazione della fabbrica in città.
Da allora si definì quella che sarebbe stata sempre la linea del sindacato di fabbrica fino ad oggi, denominata dagli stessi protagonisti strategia della doppiezza: nel senso che, mentre all'interno il sindacato esprimeva un conflitto-collaborativo con l'azienda per ottenere maggiore sicurezza denunciando in quella sede le carenze reali rilevate, all'esterno nei confronti dell'opinione pubblica manteneva sempre un atteggiamento rassicurante, di garanzia che la situazione era sotto controllo. Come spiegare questa contraddizione? Lo chiariva lo stesso leader sindacale di fabbrica: “Noi rappresentavamo il proletariato, una classe per la quale il lavoro era ed è il valore essenziale. Senza il lavoro l'operaio non è nulla, non ha identità. Paradossalmente, si potrebbe dire, piuttosto che morire disoccupato, è preferibile correre il rischio di morire intossicato. Insomma per noi l'occupazione, e quindi anche la salvaguardia della fabbrica, è sempre stata la priorità assoluta. Di conseguenza non potevamo accettare che questa venisse messa in discussione, che potesse chiudere perché, magari, la gente in preda all'isteria era terrorizzata dal rischio che rappresentava; semmai si trattava di ridurre il piú possibile quel rischio”.
Così il sindacato lottò strenuamente, sì per migliorare le condizioni di lavoro, per far entrare in fabbrica, prima la Clinica del lavoro di Verona negli anni Ottanta, poi gli operatori del servizio pubblico di Medicina del lavoro, ma anche per continuare la produzione dei PCB per altri 8 anni dopo il 1976, cioè dopo Seveso e dopo che la stessa Monsanto, a causa della riconosciuta supertossicità del prodotto, aveva definitivamente chiuso ogni produzione di PCB negli Usa. Inoltre il sindacato fece l'impossibile perché la Direttiva Seveso non venisse attuata in particolare nel Piano di emergenza esterno, previsto per la Classe A: realizzare quel Piano e portarlo a conoscenza dell'opinione pubblica, come d'obbligo, avrebbe significato evidenziare l'incompatibilità della collocazione della fabbrica dentro la città, accanto ad una scuola elementare, ad una scuola materna, a migliaia di abitazioni residenziali. Per cui, paradossalmente, a Brescia, dell'antica prima industrializzazione degli inizi del secolo scorso, soprattutto metalmeccanica, a ridosso del centro storico, l'unica azienda tutt'ora attiva è rimasta la piú nociva, la Caffaro.
Insomma l'ambiente venne utilizzato peggio che una bestia da soma, da sfruttare senza alcun riguardo. Ed in effetti, nonostante le proteste che si manifestarono fin dai primi giorni di entrata in funzione della fabbrica, nel lontano 1906, la Caffaro riuscì a sottrarsi sostanzialmente alle proprie responsabilità verso l'ambiente circostante, anche dopo l'evento Seveso, grazie alla solidarietà che seppe attivare nel sindacato aziendale, di cui si è detto sopra, ed anche all'atteggiamento scarsamente incisivo, quando non acquiescente, delle Istituzioni pubbliche deputate ai controlli, di cui si dirà poi. Paradossalmente la Caffaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta, operò molto di piú per migliorare l'ambiente interno che non per tutelare l'ambiente esterno, preoccupandosi ben poco di contenere le emissioni nocive. Situazione di privilegio che durò fino al 2001, quando la pubblicazione della storia della Caffaro (Marino Ruzzenenti, Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca Book, Milano 2001), le cui conclusioni vennero anticipate, il 13 agosto del 2001, dal quotidiano “La Repubblica”, con un lancio clamoroso in prima pagina, A Brescia c'è una Seveso bis, fece riemergere per intero quanto era stato per decenni rimosso. E da allora la Caffaro è stata costretta a prendere atto del disastro ambientale prodotto nel territorio bresciano e ad assumere alcuni provvedimenti di emergenza tesi a contenere ulteriori emissioni (innanzitutto, l'obbligo di depurare l'acqua di scarico prima di immetterla all'esterno).
Era stata da poco avviata la produzione quando la Caffaro fece sentire per la prima volta la sua poco gradevole presenza nell'ambiente circostante, recando fortemente “danno” ed “incomodo” in particolare all'indifesa scuola elementare ed ai terreni agricoli vicini. Così, già, il 18 maggio del 1906 giungeva all'Amministrazione municipale la protesta del maestro Federico Garzoni, capogruppo della scuola elementare di Fiumicello, alla quale, come si è visto, si era improvvidamente addossata la fabbrica:
Nel frattempo, dopo appena un decennio di attività, appunto nel 1916, scoppiò il primo serio episodio di grave inquinamento del suolo e delle falde idriche, quando l'acqua di alcuni pozzi cominciò ad odorare fortemente di benzolo e ad essere rifiutata persino dagli animali. In realtà fin dall'inizio la Società Elettrica ed Elettrochimica del Caffaro versava direttamente in falda o nei fossati attigui allo stabilimento le acque di lavaggio e di rifiuto inquinando il territorio a sud dello stesso, senza che però il fenomeno potesse essere vistosamente percepito. Nel maggio di quell'anno, in alcuni capannoni, venne ospitata la ditta di coloranti Bonelli che, come sussidiaria dell'esercito, aprì un reparto per la produzione di liquidi esplosivi a base di acido cloridrico o muriatico e clorobenzolo, di fatto un reparto della stessa Caffaro con la quale era consociata. Accadde così che l'aggiunta dell'aromatico benzolo alle emissioni “tradizionali” (innanzitutto cloro e mercurio) fece deflagrare una situazione di inquinamento preesistente, ma non immediatamente percepibile da parte della popolazione. L'inquinamento acuto delle acque interessava circa 350 abitanti a sud della fabbrica, da Borgo S. Giovanni a Chiesanuova, i quali dovettero essere riforniti di acqua potabile con carribotte da innaffio. La popolazione interessata, ovviamente, protestò anche vivacemente, ma la situazione perdurò fino al 1918, quando fu sospesa la produzione di monoclorobenzolo: ed ora sappiamo, dai dati di letteratura scientifica, che sicuramente quella produzione diede origine, per reazioni parassite, alla formazione di diossine, che da allora cominciarono ad essere disperse in ambiente. Ma le diossine si formeranno e verranno disperse in ambiente anche in altri reparti: nel clorosoda, con gli anodi di grafite; nell'impianto di pentaclorofenolo, attivo nel secondo dopoguerra; nella produzione di tricloro e tetraclorobenzolo; negli impianti dei PCB, infine come impurità presenti negli stessi PCB. Questi microinquinanti, tuttavia, all'epoca non erano percepiti come tali, anche perché poco o per nulla conosciuti.
Solo nel 1976, l'evento Seveso fece da detonatore e cominciarono a manifestarsi voci, tra l'opinione pubblica locale, di grande preoccupazione, mentre da parte di alcuni si ipotizzava lo spostamento della fabbrica fuori dal contesto urbano. Ma per le ragioni, in parte già viste, alla fine non se ne fece nulla.
Nel 1980 scoppiava il problema, fino ad allora ignorato, della dispersione in ambiente delle peci e dei rifiuti tossici delle produzioni Caffaro: il Collettivo politico nuova sinistra di Passirano, a conclusione di un lavoro di indagine durato un anno e mezzo, pubblicò all'inizio dell'anno un Dossier inquinamento che ipotizzava la collocazione di fanghi contenenti PCB e provenienti dalla Caffaro in una discarica locale, la Vallosa.
L'episodio forse piú critico si verificò, sempre nei primi anni Ottanta, quando il Comune di Brescia, attraverso la propria municipalizzata, si accorse che alcuni pozzi dell'acquedotto pubblico erano fortemente inquinati, in particolare di tetracloruro di carbonio, a tal punto che alcuni di questi furono chiusi. Anche in questo caso la vicenda sollevò non poco allarme, in particolare negli abitanti della IV Circoscrizione, quella direttamente colpita, trattandosi di un bene primario come l'acqua potabile. La IV Circoscrizione, per tutti gli anni Ottanta, effettivamente si occupò e preoccupò prioritariamente del problema Caffaro.
Ma le mobilitazioni dei cittadini, forse, piú significative si registrarono a partire dall'agosto 2001, dopo che deflagrò, come già si è ricordato, il “caso Caffaro”. Occorre annotare che le prime reazioni istituzionali, all'indomani della denuncia del 13 agosto 2001, furono ovviamente tutte tese a minimizzare. Ma stavolta la popolazione non stette a guardare in attesa passiva degli eventi. Su invito di alcune personalità di “Medicina democratica”, di “Legambiente”, di Rifondazione comunista, dei Verdi e dei Democratici di sinistra della IV Circoscrizione si tenne una prima assemblea popolare molto partecipata (cui seguirono numerose altre), che diede vita ad un Comitato popolare contro l'inquinamento zona Caffaro. Accanto a questo, si costituì un Comitato tecnico scientifico indipendente formato dalla dott.ssa Simona Albini, geologa, dal prof. Franco Berrino, epidemiologo dell'Istituto tumori di Milano, dall'ing. Roberto Carrara di "Medicina democratica", dal dott. Fabrizio Fabbri, biologo e, all'epoca, direttore del Comitato scientifico di Greenpeace Italia, dal dott. Luigi Mara, chimico e direttore di “Medicina Democratica”, dal dott. Celestino Panizza, medico del lavoro dell'Asl Brescia, dal dott. Paolo Ricci, medico del lavoro dell'Asl Mantova e dal prof. Marino Ruzzenenti, storico.
Le proposte scientificamente argomentate e le pressioni della popolazione e del Comitato hanno fatto sì che, pur con limiti e lacune, le istituzioni fossero costrette finalmente ad avviare indagini approfondite, facendo emergere per la prima volta nelle sue dimensioni reali il disastro ambientale prodotto dalla Caffaro sul territorio circostante.
Vi fu un'unica eccezione, rappresentata dal pretore Vincenzo Cottinelli, che, in relazione allo stoccaggio di enormi quantità di cloro in mezzo alle abitazioni, dispose misure severissime nel 1985 che, se attuate, avrebbero messo in grosse difficoltà l'azienda.
Ma fu solo dal 2001 che le istituzioni locali, violentemente sollecitate dall'inchiesta pubblicata da “La Repubblica”, si misero finalmente e con impegno all'opera. Si costituì da parte dell'Asl un Comitato tecnico scientifico, formato tra l'altro in buona parte da coloro che fino ad allora avevano ignorato o tenuto nascosto il problema, con l'intento neppure velato di dimostrare che si trattava di allarmismi infondati. Ma, fin da subito, le prime indagini portate in profondità fecero emergere un disastro ambientale dalle proporzioni “insospettate”, anche se in gran parte prevedibili, sulla base di un'attenta lettura della storia della Caffaro.
Nel novembre 2005, alcuni dei cittadini piú direttamente e pesantemente colpiti dall'inquinamento avviarono un'azione legale in sede civile per il risarcimento dei danni, azione tutt'ora in corso. Anche in sede civile, non risulta che l'Amministrazione comunale si sia attivata per un'azione di risarcimento dei danni subiti dal patrimonio pubblico.
Si possono dedurre indirettamente dalla tossicità scientificamente acclarata dei contaminanti in questione, dispersi in ambiente e veicolati negli umani attraverso la catena alimentare.
I danni all'ambiente noti sono riconducibili all'inquinamento del terreno in un'area molto estesa a sud della Caffaro, all'inquinamento dei corsi d'acqua superficiali sempre a sud della stessa, all'inquinamento della falda sottostante, all'inquinamento in profondità del terreno sotto la fabbrica, al rilascio di contaminanti da alcune discariche incontrollate dove sono stati interrarti i rifiuti delle produzioni Caffaro.
Per quanto riguarda la falda le sostanze tossiche sono in particolare solventi clorurati e soprattutto tetracloruro di carbonio, come già si è detto, probabilmente cancerogeno.
Nei terreni e nella catena alimentare fino all'uomo, gli inquinanti principali in campo, in concentrazioni molto elevate che non hanno riscontro in letteratura, sono in particolare PCB e diossine (PCDD/F), composti con caratteristiche di tossicità ampiamente studiate a livello internazionale.
Sono composti persistenti (si degradano molto lentamente nell'ordine di decenni) bioaccumulabili (si accumulano nel tempo negli organismi viventi), capaci di alterare il sistema immunitario e lo sviluppo neurologico, nonché di “alterare” o “distruggere” i meccanismi di funzionamento del sistema endocrino, di essere, cioè, “interferenti endocrini” (EDC). Le diossine-TEQ sono classificate sicuramente cancerogene per l'uomo dallo IARC.
Altre alterazioni dello stato di salute che con un diverso grado di evidenza sono state correlate a questi composti sono: effetti sulla riproduzione con riduzione della qualità dello sperma, deterioramento della fertilità e aumento del tasso di abortività spontanea, riduzione del tasso di maschi nati, aumentata incidenza di anormalità nello sviluppo maschile come l'ipospadia o il criptorchidismo; endometriosi; pubertà precoce. Inoltre dati derivanti da studi sull'uomo e sull'animale indicano chiaramente che l'esposizione (soprattutto prenatale) a EDC certi (es. PCB e diossine) può avere effetti avversi sullo sviluppo neurologico, sulla funzionalità endocrina e comportamentale e sulla funzionalità immunitaria.
Studi epidemiologici sono suggestivi di un aumento correlato con l'esposizione a PCB di tumori del tratto digestivo, soprattutto cancro epatico, melanoma maligno. Tuttavia, limiti nella quantificazione dell'esposizione a rischio, la limitata consistenza dei risultati e, in alcuni casi, la presenza di confondenti dell'esposizione sono di ostacolo ad una chiara individuazione di una accertata relazione dose-risposta.
Effetti avversi sono stati riscontrati in ratti, topi, scimmie e mammiferi: questi effetti sanitari negativi osservati nella maggior parte degli animali sono di tipo immunologico, dello sviluppo, sulla riproduzione, epatici e sul peso; molti studi riportano concordemente aumento di cancro epatico indotto in roditori esposti a vari congeneri di PCB; la gravità degli effetti dipende dalla dose, dalla specie, dal tipo di miscela di PCB, dalla durata e dall'epoca dell'esposizione ed da altri fattori.
L'esposizione fetale a composti organici persistenti (POPs) come PCB e diossine, può provocare alterazioni del timo, un organo fondamentale per lo sviluppo del sistema immunitario, per cui sarebbe verosimile che l'alterazione nello sviluppo del sistema immunitario giochi un ruolo nello sviluppo di disturbi neuro comportamentali.
Infine, sono sempre piú numerosi gli studi che dimostrano come l'esposizione a composti chiamati in causa dal “caso Caffaro”, nel periodo gestazionale, determinino un aumento di rischio di cancro nel corso della vita anche se l'esposizione a questi composti venisse a cessare. Il fatto è che questi composti (diossine, PCB, mercurio, composti organo-clorurati), interferiscono con il sistema endocrino e sono in grado di provocare alterazioni sul genoma e sull'epigenoma con effetti sulla salute in tutte le fasi della vita e dello sviluppo dell'individuo.
Per quanto riguarda le indagini sanitarie, va rilevata innanzitutto la grave contaminazione dei cittadini il cui sangue presenta livelli elevatissimi di diossine e PCB diossina-simili :
Da segnalare anche la pubblicazione nel 2008 su una rivista scientifica internazionale, “Chemosphere”, del dato relativo alle diossine e PCB diossina-simili presenti nel latte materno di una signora che nel 2003 aveva partorito un figlio e si era sempre nutrita di prodotti provenienti dalla zona piú contaminata. Ebbene nel latte di questa madre vennero trovati 147 pgTEQ di diossine e PCB diossina-simili per grammo di grasso (superando i 6 pgTEQ il latte vaccino deve essere distrutto!). I livelli sono altissimi, senza confronti con altri siti contaminati noti in letteratura:
Piú controversa è la valutazione degli effetti sulla salute conclamati attraverso le indagini epidemiologiche fino ad ora svolte. Come è noto le indagini epidemiologiche presentano per diverse ragioni letture non sempre univoche, in particolare al fine di stabilire con assoluta certezza il cosiddetto nesso di causalità, se non altro perché ormai tutte le persone sono sottoposte all'esposizione di diversi agenti tossici ed è difficile isolare un unico fattore.
L'Asl di Brescia ha compiuto, sempre dopo il 2001, uno studio della coorte dei lavoratori della Caffaro, coorte composta da dipendenti presenti il 13 settembre 1974 o assunti fino al 1994. In totale 1.163 persone (si stima che almeno 1.000 altri dipendenti fossero inclusi nei precedenti libri matricola). La mortalità dei lavoratori Caffaro è stata confrontata con quella della popolazione generale della Lombardia. I risultati evidenziano che il rapporto osservato/atteso (O/A) che raggiunge la significatività statistica è quello relativo ai tumori primitivi del fegato (13/6,4). I morti per cirrosi sono stati 17, rispetto a 11,7 attesi. L'analisi per durata dell'esposizione limitatamente agli operai, mette in evidenza valori statisticamente significativi per le morti per tutti i tumori e per le morti per cancro polmonare. Per i tumori del fegato, in coloro che avevano lavorato per meno di 10 anni, tra 10 e 20 e oltre 20 anni, i rapporti O/A sono stati rispettivamente 0/0,8; 4/1,7 e 7/2,9.
L'Asl ha compiuto anche alcuni studi sulla salute della popolazione residente nei quartieri a sud della fabbrica, su alcuni tipi rari di tumore (linfomi NH) e sui sarcomi dei tessuti molli (STM): è stato evidenziato nelle donne il rischio di 9 volte superiore per i LNH, mentre per i STM è di 2,29 Quest'ultimo valore, a differenza del primo, non raggiunge la significatività statistica per la bassa numerosità dei casi collegata alla rarità di questa forma tumorale. Un successivo aggiornamento dello studio sui linfomi NH conferma e consolida i risultati già precedentemente resi pubblici: oltre al rischio nelle donne residenti nel quartiere immediatamente a sud della Caffaro dove si registra un rischio molto elevato (8,98), emerge anche un rischio significativo nelle donne residenti per piú di 10 anni nelle aree considerate a rischio in modo aggregato, rischio non evidenziato nello studio precedente. Emerge anche una relazione chiara con la residenza per le donne del quartiere immediatamente a sud della Caffaro e nelle aree inquinate complessivamente considerate.
Sempre dagli studi condotti dall'ASL sono emersi effetti sulla funzionalità ormonale in particolare sulla tiroide.
Per quanto riguarda la bonifica dei terreni esterni si è proceduto ad alcuni saggi, molto limitati (alcune aree pubbliche e circa tre giardini privati), con l'asportazione dello strato superficiale di terreno e la sostituzione con terra non inquinata (circa 50 cm). L'ostacolo principale è, ovviamente, la mancanza di risorse, tenendo conto che per ora non è neppure stato definito l'accordo di programma tra i vari enti pubblici coinvolti e la Caffaro stessa per il varo di un primo lotto di interventi prioritari di bonifica.
http://compagniaindie.blogspot.it/2013/04/brescia-pcb-caffaro.html
oltre alle segnalazioni di Ugo e PaolaF (nei commenti del link qui sopra)
ecco la segnalazione di Tizi con tutta la storia dettagliata di questa "catastrofe" ambientale.
Caffaro - Brescia
Inquadramento storico e territoriale
Nome industria
“Ditta Erba, Curletti e Zironi” (Milano 1900); → “Società Elettrica ed Elettrochimica del Caffaro” (Milano 1° febbraio 1906); → “Caffaro Spa – Società per l'Industria Chimica ed Elettrochimica del Caffaro” (Milano 1966); → “Caffaro Spa”, divisione chimica della holding “Snia Bpd”, già” Snia Viscosa”, che incorpora anche la “Chimica del Friuli”, ovvero gli impianti di Torviscosa – Udine (Milano 1985); → “Caffaro Spa”, divisione chimica di “Snia Spa” (Milano 1999).
Cronologia
1900 – continua…
Localizzazione geografica
Direzione a Cesano Maderno (Milano) poi Milano, stabilimento storico a Brescia, via Milano, entrato in attività dal 1906, alimentato dalla centrale idroelettrica del Caffaro nel comune di Bagolino (Brescia), attiva dal 1905; nuovo stabilimento, denominato Litacrom-Sai, a Porto Marghera (Venezia) dal 1938 e nuovo stabilimento per i prodotti per l'agricoltura ad Adria (Rovigo) dal 1975; dal 1999, dopo l'acquisizione di Caffaro da parte di Snia BPD nel 1985, viene costituita Caffaro Spa comprendente anche uno stabilimento a Colleferro (Roma) e lo stabilimento “storico” di Torviscosa (Udine), unificando così sotto il marchio Caffaro tutte le produzioni chimiche di Snia.
Insediamento produttivo
Proprietà
L'insediamento produttivo storico di Brescia venne promosso dalla ditta milanese “Erba, Curletti e Zironi” fondata nel 1900, che si costituì in Società per azioni dal 1906 con l'avvio della produzione, società successivamente quotata in borsa.Gli azionisti di controllo variarono, ovviamente, nel tempo: agli inizi i milanesi Pietro Curletti e la famiglia Visconti di Modrone, imparentata con Carlo Erba; negli anni Settanta, il sindacato di controllo era formato da Mediobanca (16,39%), Pechiney-Ugine Kuhlman (16,09%), Finanziaria Pas (6,95%), Gruppo Oronzo de Nora (13,45%) nonché dai gruppi familiari Feltrinelli e Loro; dal 1985 Caffaro viene inglobata da Snia-BPD, controllata da Fiat e da Mediobanca; nel 1998 la Fiat cedeva le azioni di controllo di Snia a Cesare Romiti, come parte delle sue spettanze di liquidazione; alla fine del 1998 il finanziere monegasco Luigi Giribaldi e l'industriale piemontese Cornelio Valletto, con un investimento di 200 miliardi, assunsero il controllo della Snia. Nel 1999 un 20,5% del capitale venne acquistato dal gruppo finanziario dell'orbita dei protagonisti della scalata borsistica di Telecom, l'Hopa di Gnutti e la Fingruppo di Colannino, che investirono 600 miliardi per subentrare nel controllo del gruppo; il nuovo azionista di riferimento costituitosi nella Bios (Interbanca-Gnutti) consolidava nel 2000 la propria presenza arrivando al 29% del capitale dopo aver acquisito dalla Banca del Gottardo il 6% rimasto nelle mani di Luigi Giribaldi; con la separazione di Colannino da Gnutti, in seguito alla controversa vendita di Telecom a Tronchetti Provera nel 2001, la galassia Hopa di Emilio Chicco Gnutti assunse direttamente il controllo di Snia e decise di dar mandato al manager del gruppo, Umberto Rosa, di studiare la fusione di Snia con le controllate Caffaro e Sorin (tecnologie biomedicali), vale a dire l'inglobamento anche formale di Caffaro in Snia; quindi Hopa lanciava il 30 gennaio 2002 un'Opa per acquisire la maggioranza assoluta del capitale Snia, al fine di focalizzarsi sull'area delle tecnologie mediche e di alienare il settore della chimica. L'offerta pubblica di acquisto si concludeva il 6 aprile 2002, quando Bios si assicurava il controllo al 50,1% di Snia. Snia era un gruppo presente in diverse aree e con diversi stabilimenti: oltre all'area delle tecnologie mediche, considerata ormai il core business, vi era l'area energia (Caffaro Energia), l'area agrochimica (Caffaro Agrochimica), l'area dei film per imballaggi (Caffaro Flexible Packaging S.p.A.), l'area chimica e delle fibre (Caffaro S.p.A. - Business Unit Chemicals). Snia, aderendo alla proposta dell'Opa, dichiarava esplicitamente l'intenzione di dismettere del tutto il settore chimico e quindi la Caffaro, possibilmente ancora nel corso del 2002. Molte attività collaterali furono effettivamente cedute, nel corso del 2002, non la chimica e le fibre, probabilmente anche perché dal 2001 cominciavano a delinearsi le dimensioni del problema inquinamento in carico alla Caffaro di Brescia e anche alla Caffaro di Torviscosa. Snia, fallito questo tentativo, nel giugno 2003 decise la propria scissione in due società: Sorin Spa, società beneficiaria cui conferire le attività del settore tecnologie medicali; Snia Spa, società scissa, con le rimanenti attività chimiche Caffaro, sostanzialmente in capo agli stabilimenti di Brescia e di Torviscosa, nel frattempo ambedue compresi nei siti inquinati di rilevanza nazionale. Dopo l'atto di scissione perfezionato nel gennaio 2004, Snia-Caffaro venne progressivamente abbandonata dagli azionisti delle galassia Hopa, evolvendosi verso un assetto di public company, priva di azionista di controllo. Dopo un periodo di grandi difficoltà produttive e finanziarie ed in seguito al sequestro dell'impianto di cloro-soda dello stabilimento Caffaro di Torviscosa, disposto l'11 settembre 2008 dalla Procura di Udine, il 15 gennaio 2009 Snia S.p.A. comunicava che Caffaro aveva deliberato lo scioglimento anticipato della società e la conseguente messa in liquidazione della stessa.
Descrizione
Lo stabilimento storico di Brescia, entrato in attività nel 1906, è collocato in piena area urbana, a 900 metri circa dal centro storico di Brescia, nella zona ovest sul lato sud di via Milano, l'antica statale che collegava Brescia con il capoluogo lombardo. La fabbrica si inserì all'interno dell'allora frazione di Borgo San Giovanni-Fiumicello e si collocò a ridosso dalla scuola elementare “Dusi”, costruita nel 1898 per i bambini del Borgo, nelle adiacenze delle cascine che costellavano i campi a sud-ovest dello stesso abitato, a 300 metri dall'antica chiesa parrocchiale e dal centro del Borgo stesso e a poche decine di metri dalla stazione prevista proprio per servire quel nucleo abitativo, la stazione della ferrovia Brescia Iseo, per l'appunto di Borgo S. Giovanni, indispensabile per il trasporto delle materie prime, in particolare il sale. Inizialmente occupava un'area di 40.000 m2 che si è progressivamente estesa fino agli attuali 110.000 m2, quando la fabbrica raggiunse il massimo produttivo nel secondo dopoguerra: oggi, dunque, occupa quasi per intero l'isolato compreso tra via Milano, via Fiumicello, via Morosini e via Nullo. Dal lato di via Milano sorge l'edificio storico e monumentale in mattoni, pregevole anche dal punto di vista architettonico, progettato dall'ingegner Giovanni Navarrini, dove si trovano la direzione e gli uffici. Al centro il cuore produttivo della fabbrica, il reparto cloro-soda, dismesso nel 1997, e quindi i vari reparti attualmente quasi del tutto dismessi.Settore produttivo
(riferimento alle categorie ISTAT)C Attività Manifatturiere20 Fabbricazione di prodotti chimici
20.1 Fabbricazione di prodotti chimici di base, di fertilizzanti e composti azotati, di materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie
20.13 Fabbricazione di altri prodotti chimici di base inorganici
20.13.09 Fabbricazione di altri prodotti chimici di base inorganici
- fabbricazione di elementi chimici (esclusi i gas industriali ed i metalli di base)
- fabbricazione di acidi inorganici, ad eccezione dell'acido nitrico
- fabbricazione di alcali, soluzioni alcaline (soda caustica) ed altri prodotti chimici inorganici di base, ad eccezione dell'ammoniaca
- fabbricazione di altri composti inorganici
20.20.00 Fabbricazione di agrofarmaci e di altri prodotti chimici per l'agricoltura (esclusi i concimi)
- fabbricazione di insetticidi, rodenticidi, fungicidi, erbicidi, acaricidi, molluschicidi, biocidi
- fabbricazione di disinfestanti (per uso agricolo o altro)
- fabbricazione di adesivi sintetici
- fabbricazione di composti per la calafatura e preparazioni simili non refrattarie per la riempitura e la copertura
- fabbricazione di solventi e diluenti organici composti
Storia produttiva
La fabbrica nasceva essenzialmente per produrre la soda caustica (NaOH), composto chimico indispensabile per l'industria dei saponi, dei tessuti, della carta, che l'Italia fino agli inizi del Novecento, doveva totalmente importare. Il sistema impiegato era quello elettrolitico, secondo il metodo Kellner-Solvay, con catodo di mercurio e anodo, prima di platino, successivamente di grafite.La materia prima fondamentale era dunque il sale, per la precisione, all'inizio, salgemma tratto dal giacimento di Porto Empedocle, in provincia di Girgenti in Sicilia, in ragione di circa 200 quintali al giorno, cui veniva aggiunta acqua per ottenere la salamoia da introdurre nei bagni elettrolitici da cui si ricavava la soda caustica, con la produzione anche di cloro e di idrogeno.
Schema di cella elettrolitica CLORO–SODA
Il cloro, essendo un gas tossico, doveva in qualche modo essere recuperato: a tal fine venne installato anche un forno di calce a fuoco continuo alimentato dal pietrame calcareo di Virle e di Mazzano (Brescia), calce che, combinata col cloro sviluppato dalla decomposizione del sale, si trasformava in cloruro di calce, altro prodotto chimico di importanza. Dunque le materie prime essenziali in quei primi anni erano: il sale proveniente dalla Sicilia, l'acqua prelevata in grande quantità (si attesterà sui 10-12 milioni di m3 l'anno, pari al fabbisogno di una cittadina di 40.000 abitanti) dalla falda sottostante, la pietra calcarea proveniente dai dintorni di Rezzato (Brescia), e l'energia elettrica prodotta dalla centrale del fiume Caffaro, da cui la fabbrica aveva preso il nome, collocata nel comune di Bagolino (Brescia). Va aggiunto il mercurio, teoricamente riutilizzato all'infinito, in realtà in parte disperso in ambiente e quindi da reintegrare.
La Caffaro, a partire dalla fine degli anni Trenta, si trasformò profondamente: da fabbrica della soda caustica, in cui il cloro inizialmente risultava un sottoprodotto fastidioso e difficilmente riutilizzabile, diventò sempre piú un'industria di prodotti derivati appunto dal cloro, in particolare di composti organici del cloro, spesso sostanze molto tossiche, cancerogene, non degradabili e accumulabili nella catena alimentare. Alcune di queste sostanze, quelle piú problematiche per l'ambiente, sono oggi note come POPs (persistent organic pollutants), ovvero la “sporca dozzina”, sostanze in genere cancerogene, ma soprattutto xenobiotiche, estranee alla biosfera, la quale non riesce a degradarle.
Questa conversione produttiva, in realtà, aveva avuto un'anticipazione importante durante la Prima guerra mondiale, quando venne installato in Caffaro un impianto per la produzione del monoclorbenzolo.
I prodotti che maggiormente caratterizzarono la Caffaro di Brescia, per circa mezzo secolo, a partire dal 1938, furono i PCB, policlorobifenili.
Fu la multinazionale americana Monsanto a brevettare i PCB negli anni Venti, mantenendone il monopolio fino a quando questi prodotti vennero messi al bando per l'eccessiva tossicità. La Monsanto concesse l'uso del brevetto, adeguatamente compensato con relative royalties, ad un'azienda per ognuno dei principali paesi industrializzati (Giappone, Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Spagna). In Italia ad accaparrarselo, nel 1938, fu appunto la Caffaro di Brescia,
I PCB (C12H20-nCl, con n compreso tra 1 e 10) sono una classe di idrocarburi clorurati non polari con nucleo bifenilico (due molecole di benzene legate tra loro), con sostituzione di 1 fino a 10 atomi di idrogeno con atomi di cloro.
PCB
Questa struttura fa sì che i PCB siano una numerosissima famiglia di ben 209 congeneri, distinti in relazione al diverso numero di atomi di cloro (da 1 a 10) e alla diversa disposizione degli stessi (2, 3, 4, 5, 6, 2', 3', 4', 5', 6'). Generalmente quindi si ha a che fare con miscele di PCB, come erano peraltro quelle prodotte in Caffaro (dai diclorobifenili agli octaclorobifenili, ma anche i ecaclorobifenili), con i nomi commerciali di Apirolio e Fenclor.Tra i 209 congeneri di PCB, alcuni di questi, esattamente 12, hanno dimostrato gradi di tossicità confrontabili con quelli osservati per la 2,3,7,8‑tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD) e sono chiamati diossina-simili: da questo punto di vista si può quantificare il grado di tossicità di una miscela di PCB applicando un Fattore Equivalente di Tossicità (TEF o TEQ).
I PCB furono impiegati soprattutto come liquidi isolanti, refrigeranti ed ininfiammabili, nei trasformatori e condensatori, nonché nelle vernici, nelle plastiche, negli adesivi, nei lubrificanti e nei pesticidi; servivano anche come liquidi di trasmissione di pressione e di calore. Sono composti altamente stabili e pochissimo biodegradabili; inoltre possiedono una straordinaria capacità di bioaccumulazione nella catena alimentare, per cui anche una minima presenza nel terreno (decine di parti per miliardo ovvero di microgrammi/kg) determina un loro passaggio nei vegetali e quindi negli animali fino all'uomo. I PCB, sia per la struttura chimica che per le caratteristiche tossicologiche, sono precursori e parenti stretti delle diossine (PCDD/F). Ma è soprattutto dal secondo dopoguerra che la Caffaro diventò a tutti gli effetti un'industria chimica produttrice di composti organici cloroderivati.
Schema delle produzioni più importanti della Caffaro (anni Settanta).
[È interessante notare l'integrazione fra i diversi prodotti e la centralità del cloro - nda]
Come si nota, oltre ai PCB, entrarono in produzione diversi altri composti organici del cloro: il tetracloruro di carbonio per la produzione del clorocaucciú, commercializzato come clortex, impiegato soprattutto nel campo delle vernici, che rende non infiammabili e resistenti a quasi tutti gli agenti chimici e ai gas aggressivi; le cloronaftaline, impianti, questi ultimi, entrati in produzione nel 1936; successivamente il cloropolietilene, simile al clorocaucciú, e le cloroparaffine, idrocarburi alifatici clorurati, impiegate come plastificanti, come componenti di vernici, nella lavorazione dei metalli. Fino al secondo dopoguerra vennero prodotti anche clorobenzoli (monocloro-, tricloro- e tetraclorobenzolo) e cloralio (idrato di tricloroacetaldeide), composto tossico, usato come intermedio nella produzione del DDT e come farmaco ipnotico prima della sintesi dei barbiturici. Un'altra linea molto importante di prodotti fino al 1975, quando fu trasferita ad Adria, fu quella relativa ai fitofarmaci, anticrittogamici, insetticidi, disinfettanti e fertilizzanti.
Già nel 1912 la Caffaro, per riutilizzare il cloro liberato dal processo elettrolitico, iniziò la produzione di ossicloruro di rame, un anticrittogamico per le viti efficace contro la Peronospera che fu commercializzato con il nome di Pasta Caffaro Elettrocuprifera, successivamente commercializzata anche come Polvere Caffaro. La Polvere Caffaro era una polvere verde-chiara, insolubile in acqua, con la quale formava però una poltiglia molto bene adesiva alla foglia e che possedeva buona azione antiperonosporica. Per prepararla veniva impiegato il cloro che, fatto passare attraverso torri cariche di rame in presenza di acqua e di acido cloridrico, dava luogo ad una soluzione contenente cloruro rameico e rameoso, la quale veniva ulteriormente clorurata trasformando tutto il rame in cloruro rameico. Dalla soluzione con il latte di calce si otteneva una polvere con il 43% di rame sotto la forma: 3CuO.CaCl2.4H2O. Questa polvere, mescolata con sostanze sospensive, adesive e di altra natura, conteneva il 16,5% di rame. Per l'uso essa veniva stemperata in acqua nella dose dell'1% o a dosi maggiori, dall'1,5 al 2%, nel caso di forte infezione peronosporica.
Nel primo dopoguerra, precisamente dal 1920, entrarono in produzione anche gli insetticidi arsenicali, tanto l'arseniato di piombo che, successivamente, quello di calcio: in tutte queste preparazioni la materia prima arsenicale era l'arsenico, che veniva ossidato ad acido arsenico col cloro, quindi la reazione avveniva in tini nei quali erano fatti “reagire l'acido nitrico, l'acido arsenico con i trucioli di ossido di piombo”, con una produzione di 5 tonnellate mese.
Nel 1925 venivano prodotti anche disinfettanti a base di cloro, cloralio, cloroformio, clorofenolo, cloruro di zolfo, acido arsenico.
Nel 1927 comparvero due nuovi prodotti: il metabisolfito di potassio e l'idrosolfito di sodio anidro.
Nel 1932 vasta era la gamma dei prodotti per l'agricoltura: oltre agli ossicloruri, rameina, zolfo ramato, polvere Caffaro all'arseniato di piombo, polvere zincocuprica, abruchite, arseniati di calcio, di soda, di piombo, arsenito di soda, azol, baflor, cuprazol, ferfor, fluoris, sapotrol, coccidol, ibernol, nicol, procid, verderin, cruscolina, aficida. Il nicol fu ilprimo prodotto nazionale a base di nicotina contro gli afidi, specie del pesco, l'ibernol, a base di olii animali e di basi piridiche, il coccidol,a base di olii minerali speciali contro le cocciniglie degli agrumi ed altri minori
Nei primi mesi del 1936 entrava in funzione negli stabilimenti Caffaro il primo impianto di permanganato potassico: sale corrispondente al grado di ossidazione +7 del manganese con elevate proprietà ossidanti, il KMnO4 si presentava in cristalli violetti, era solubile in acqua e aveva energico potere disinfettante per cui era usato in medicina. Sempre in quell'anno, Caffaro produceva il Piretril marca gialla: questo si presentava come una polvere fine di color ambrato, contenente il 0,3% di piretrine, fissate su di un supporto perfettamente neutro e rese altamente stabili con particolari sostanze (probabilmente gli stessi PCB).
Nel 1950 vennero realizzati nuovi insetticidi: il gammaesano e il diclorodifeniletricloroetano (DDT). La produzione di DDT poteva raggiungere i 500 kg/giorno; il DDT grezzo veniva purificato in caldaia dove era fatto fondere e passava in un recipiente di ferro dotato di agitatori in cui il prodotto fuso era sciolto in benzina.
Nel 1952 si producevano il pentaclorofenolo, con proprietà battericide e fungicide superiori al fenolo, e, fra gli intermedi per l'industria farmaceutica, materie prime essenziali per la sintesi dell'idrazide dell'acido isonicotinico, il nuovo farmaco destinato alla lotta antitubercolare.
Nel 1957 entrarono in funzione a Brescia l'impianto per la produzione di ammoniaca sintetica da metano e l'impianto di produzione di acido nitrico (sostanze utili per produrre in proprio nitrato ammonico ed altri fertilizzanti) e nel 1958 venne messo in marcia l'impianto per la fabbricazione di nitrato di ammonio.
Nel 1957 la Caffaro produceva anche l'esaclorocicloesano, sigla HCH, formulato sotto il nome di cloresene, composto da cloro e benzolo (rispettivamente Kg. 0,7 e 0,5 per 1 Kg di cloresene), insetticida, entrato in commercio in Italia nel 1952-53, noto anche con il termine di lindano.
Negli anni Sessanta si aggiungevano altri antiparassitari, come Ziramit, anticrittogamico a base di dimetilditiocarbammato di zinco (ziram), il Liquifos, insetticida emulsionabile a base di Parathion in due versioni, una al 20% e una al 50% (“Questo prodotto è molto tossico, negli stessi depliants propagandistici dell'azienda sono sottolineate, con il teschio e la scritta veleno, con particolare cura, alcune avvertenze per l'uso, e in caso di contagio l'indicazione dell'antidoto “solfato di Atropina” da utilizzare secondo prescrizione medica”), il Paracoccidol, olio minerale bianco con parathion al 3,5% per le piante da frutto, a base di olii minerali bianchi (84%) costituiti soprattutto di insolfonabile e un 12,5% di emulsionanti bagnanti ed infine il Ricid emulsionabile, acaricida ovo-larvicida, composto da Clorbenside, cioè p-clorobenzil-p-clorbenilsolfuro (20%) e da solventi ed emulsionanti (80%).
Nel 1975 i prodotti per l'agricoltura vennero trasferiti ad Adria.
Nel 1982 iniziava la produzione del clortalonil o tetraclorisoftalonitrile, potente erbicida.
Dal 1984 veniva dismessa definitivamente la produzione dei PCB e di altri composti organici del cloro.
Nel 1997 chiudeva il reparto cloro-soda e con esso, poco dopo, anche la produzione delle cloroparaffine.
Al maggio 2000 la situazione per quanto riguardava le produzioni rimaste attive era la seguente: Acido cloridrico, Clortalonil , Clorito di sodio, Clorato di Sodio, Ipoclorito di sodio, Cloruro di calcio, Anidride carbonica, Clortex.
Tipologia rischio
è del tutto evidente che la fabbrica, finché fu attivo l'impianto di cloro-soda (1997), in particolare per lo stoccaggio di notevoli quantità di cloro, era compresa nella Classe A delle fabbriche a rischio di incidente rilevante, ai sensi della Direttiva “Seveso” (CEE 501/82), con l'obbligo, quindi, di dotarsi di un Piano di emergenza esterno.Salute e sicurezza in fabbrica
La conoscenza precisa dell'esposizione subita dai lavoratori nel corso di un secolo alle sostanze altamente tossiche impiegate nelle produzione è estremamente difficile, a maggior ragione per i primi decenni di attività.Per dare il senso delle condizioni generali in cui si lavorava in Caffaro nel 1974 si possono citare alcuni rilievi dell'Ispettorato del lavoro di Brescia verificati al reparto clortex:
1) art. 56 - le pulegge del discioglitore dei prodotti di ricupero di lavorazione, pur costituenti pericolo, non sono completamente protette con idonea custodia, anche verso l'albero; […] 5) art. 10 - lo spazio circostante la torre (testa) spruzzatore n. 3 o meglio l'apertura lasciata nel pavimento non è protetta in modo da evitare la caduta, dall'alto, di cose; […] 9) art. 4/c - “non si esercita in modo costante, sui lavoratori, la dovuta vigilanza per l'osservanza da parte di questi delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e per l'uso dei mezzi di sicurezza loro forniti […] per esempio si è avuto modo di constatare che il lavoratore Minelli ha eseguito un prelievo di clortex effettuando una errata manovra in seguito alla quale si è avuta una dispersione di cloro nell'ambiente […] 12 ) art. 242 le vasche di decantazione (esterne) in corrispondenza della scaletta a gradini, hanno l'altezza, del loro bordo, inferiore a m. 0,90, né sono risultate essere provviste di copertura, anche parziale; […] 14) art. 247 - gli impianti di reparto, in corrispondenza dei premistoppa o delle flange, non sono a perfetta tenuta per cui si verificano perdite di tetracloruro di carbonio, durante il loro funzionamento, (dai premistoppa in special modo) che viene raccolto in bacinelle di plastica che viene, poi, immesso nel discioglitore dei prodotti di recupero; 15) art. 248 – i recipienti di cui è cenno al punto precedente non sono conformi alla disposizione prevista […] perché privi di chiusura atta ad impedire la fuoriuscita del pericoloso contenuto (le bacinelle vengono portate sul piano di scarico per mezzo di una carrucola semplice)[…].
Analogamente erano sottoposti a severi rilievi tutti gli altri reparti. Quindi il verbale si concludeva occupandosi anche del capitolo igiene del lavoro:
115) artt. 33 e 34 - non tutti i lavoratori che operano nei vari reparti dello stabilimento di cui all'elenco preparato dall'esecutivo di sicurezza, sia pure temporaneamente, sono stati sottoposti a visita medica preventiva o periodica. Dall'esame delle schede personali si è rilevato, inoltre, che le visite periodiche non si effettuano regolarmente secondo la periodicità stabilita nella tabella in titolo; 116) art. 4/d – non è stato disposto e preteso che i lavoratori osservassero le norme di igiene del lavoro ed in particolare che gli stessi si recassero nella locale infermeria nei giorni prestabiliti per essere sottoposti a visita medica periodica; 117) art. 21 – si è avuto modo di constatare che durante le operazioni di scarico dell'autotreno dell'inerte (gress) non vengono adottate precauzioni o accorgimenti atti ad evitare lo sviluppo e la diffusione della polvere negli ambienti di lavoro […]. Alla taglierina o troncatrice di mattoni refrattari non sono stati applicati dispositivi atti ad evitare il fenomeno di cui sopra. Si dica altrettanto della tramoggia dosatrice di urea formaldeide del reparto concime. 118) art. 20 – si è avuto modo di constatare che dalla vasca della pressa P1 e dall'addensatore del reparto clortex fuoriescono dei vapori in particolar modo quando si esegue il riempimento dell'addensatore o quando funziona la pressa a vite, vapori che si diffondono nell'ambiente in quanto non sono stati adottati provvedimenti atti ad impedire o quanto meno a ridurre la diffusione […].
Infine, per deduzione si può ricavare l'impatto potenziale sulla salute dei lavoratori, scorrendo le caratteristiche tossicologiche accertate di alcuni dei composti chimici impiegati in Caffaro. Innanzitutto il benzolo o benzene, una prima volta nel 1916-1918 per la produzione del monoclorobenzolo, successivamente per la produzione di nclorobenzoli in diverse epoche, e, soprattutto, a partire dal 1936 per la produzione del difenile e successivamente dei PCB, fino al 1984 (materia prima benzolo 1.320 t/a): è una sostanza classificata sicuramente cancerogena per l'uomo, nota per questo fin dal 1928, e che colpisce organi emopoietici (organi deputati alla produzione delle cellule del sangue, come il midollo osseo e la milza). Quindi l'arsenico ed i composti arseniati ed arseniti (dal 1920 fino al 1971, nell'ordine di 5 tonnellate mese solo l'arseniato di piombo, ma, in minori quantità, erano prodotti anche l'arseniato di calcio e l'arsenito di sodio), sicuramente cancerogeni per l'uomo, il primo studiato e riconosciuto come tale fin dal 1822: sono colpiti cute, polmoni, seni nasali, fegato. Non si possono ignorare neppure le diossine, anche se in parti minime risultato di reazioni parassite nella produzione dei clorobenzoli, dei clorofenoli, presenti come impurità nei PCB, probabilmente formatesi nell'incendio del distillatore del Fenclor del luglio 1981: sono sostanze ritenute, anche in dosi minime, cancerogene per l'uomo. Particolarmente rilevanti per le quantità storicamente prodotte e per la significativa dispersione in ambiente sono i PCB, (dal 1938 al 1984 -'85, da 1.300 a 2.500 t/a), sostanze molto probabilmente associate a tumore nell'uomo, e responsabili come le diossine, di altri effetti sulla salute, sul sistema endocrino, in particolare, sull'apparato riproduttivo, ecc.
Infine, il tetracloruro di carbonio (320 t/a), entrato in produzione nel 1936 per la clorurazione del caucciú, responsabile di numerosi fenomeni di inquinamento acuto delle acque (1980-1984), sostanza possibile causa di tumore nell'uomo, come pure il DDT (dal 1950 al 1957 per 500Kg/g) e l'esaclorocicloesano o lindano, e diversi altri composti: i già citati clorofenoli prodotti tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, il cloroformio, negli anni Venti e Trenta, le cloroparaffine, tra il 1967 e il 1996 (11.000 t/a) ed il clortalonil, in produzione dal 1984 fino ad oggi (2.300 t/a), tutte sostanze probabilmente associate a tumore nell'uomo.
Strategie d'impresa su salute e sicurezza in fabbrica
La Caffaro non si pose per lungo tempo esplicitamente problemi di tutela della salute e della sicurezza in fabbrica, se non quelli derivanti dagli obblighi di legge e dai controlli che vennero esercitati dalle pubbliche autorità. Controlli che, per la prima metà del secolo scorso, si possono ritenere scarsamente efficaci, sia per le insufficienti conoscenze sulla tossicità delle produzioni che poteva avere un generico ufficiale sanitario comunale, sia per l'inefficace strumentazione disponibile, sia per la posizione di potere preminente che occupava nel Ventennio il presidente dell'azienda, Giovanni Morselli, molto vicino al regime, un pezzo grosso dell'industria chimica nazionale.Successivamente la linea dell'azienda è sempre stata quella di porre in essere solo gli interventi a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori che le venivano prescritti, come si evince dal citato sopralluogo in azienda, compiuto dall'Ispettorato del Lavoro di Brescia, durato ben otto giorni, dal 6 al 16 marzo 1974: vennero rilevate numerose inadempienze e carenze anche gravi, che evidenziavano un ambiente di lavoro non proprio attento alla tutela degli operatori.
La linea aziendale registrò un'evoluzione significativa a partire dal 1976, quando parte dell'opinione pubblica, scossa dall'evento Seveso, cominciò a mettere in discussione la collocazione della fabbrica in città: a questo punto la direzione aziendale capì che era essenziale il sostegno dei lavoratori e del sindacato aziendale e che questo non poteva che essere ottenuto con una diversa disponibilità al dialogo ed a definire intese migliorative delle condizioni e dell'ambiente di lavoro, come effettivamente con gradualità avvenne. In questo contesto l'azienda concordò anche l'ingresso di istituzioni pubbliche di medicina del lavoro a supporto della tutela dei lavoratori.
Lotte per la salute in fabbrica
Solo negli anni Settanta, sull'onda del formidabile rinnovamento prodotto dal 68 studentesco e dal 69 operaio, il sindacato cominciò a porre all'interno della Caffaro il tema dell'ambiente e della tutela della salute dei lavoratori. Verso la fine del 1974 fu realizzata all'interno della Caffaro la prima indagine ambientale con strumentazione tecnica adeguata da parte della Clinica del Lavoro di Pavia, indagine che era il frutto della precedente contrattazione sindacale. Probabilmente, anche per far fronte ad una situazione con evidenza insostenibile, in quel periodo, il Consiglio di fabbrica costituì una propria Commissione ambiente, composta essenzialmente da tecnici, che si mise ben presto all'opera per analizzare sistematicamente, reparto per reparto, anche attraverso appositi questionari, la situazione dal punto di vista della sicurezza e dell'esposizione a fattori nocivi e per elaborare una proposta complessiva di intervento da sottoporre quindi al Consiglio di fabbrica. Questo lavoro, al di là dei limiti di impostazione, compiuto tra il 1974 ed il 1976 dalla Commissione ambiente, fu molto utile perché dotò il Consiglio di fabbrica dei dati conoscitivi essenziali, reparto per reparto, relativi alla tossicità delle diverse sostanze in gioco, alle emissioni in ambiente e all'esposizione dei lavoratori.Questo materiale diventò prezioso quando la Caffaro fu investita dal ciclone Seveso, nel 1976, essendo immediatamente assimilata all'Icmesa per le produzioni dei PCB, come si è visto, parenti stretti e precursori delle diossine. Fu in quel frangente che per la prima volta da parte di settori della pubblica opinione venne messa in discussione la stessa collocazione della fabbrica in città.
Da allora si definì quella che sarebbe stata sempre la linea del sindacato di fabbrica fino ad oggi, denominata dagli stessi protagonisti strategia della doppiezza: nel senso che, mentre all'interno il sindacato esprimeva un conflitto-collaborativo con l'azienda per ottenere maggiore sicurezza denunciando in quella sede le carenze reali rilevate, all'esterno nei confronti dell'opinione pubblica manteneva sempre un atteggiamento rassicurante, di garanzia che la situazione era sotto controllo. Come spiegare questa contraddizione? Lo chiariva lo stesso leader sindacale di fabbrica: “Noi rappresentavamo il proletariato, una classe per la quale il lavoro era ed è il valore essenziale. Senza il lavoro l'operaio non è nulla, non ha identità. Paradossalmente, si potrebbe dire, piuttosto che morire disoccupato, è preferibile correre il rischio di morire intossicato. Insomma per noi l'occupazione, e quindi anche la salvaguardia della fabbrica, è sempre stata la priorità assoluta. Di conseguenza non potevamo accettare che questa venisse messa in discussione, che potesse chiudere perché, magari, la gente in preda all'isteria era terrorizzata dal rischio che rappresentava; semmai si trattava di ridurre il piú possibile quel rischio”.
Così il sindacato lottò strenuamente, sì per migliorare le condizioni di lavoro, per far entrare in fabbrica, prima la Clinica del lavoro di Verona negli anni Ottanta, poi gli operatori del servizio pubblico di Medicina del lavoro, ma anche per continuare la produzione dei PCB per altri 8 anni dopo il 1976, cioè dopo Seveso e dopo che la stessa Monsanto, a causa della riconosciuta supertossicità del prodotto, aveva definitivamente chiuso ogni produzione di PCB negli Usa. Inoltre il sindacato fece l'impossibile perché la Direttiva Seveso non venisse attuata in particolare nel Piano di emergenza esterno, previsto per la Classe A: realizzare quel Piano e portarlo a conoscenza dell'opinione pubblica, come d'obbligo, avrebbe significato evidenziare l'incompatibilità della collocazione della fabbrica dentro la città, accanto ad una scuola elementare, ad una scuola materna, a migliaia di abitazioni residenziali. Per cui, paradossalmente, a Brescia, dell'antica prima industrializzazione degli inizi del secolo scorso, soprattutto metalmeccanica, a ridosso del centro storico, l'unica azienda tutt'ora attiva è rimasta la piú nociva, la Caffaro.
L'impresa e la questione ambientale
Per la Caffaro l'ambiente fu fin dall'inizio un'opportunità da sfruttare senza limiti e quasi senza oneri: si pensi che per costruire lo stabilimento la Caffaro utilizzò una propria cava di ghiaia all'interno del perimetro aziendale, che poi riempì di peci e scarti di produzione, una sorta di discarica fatta in casa, con l'immaginabile dispersione degli inquinanti in un terreno di tipo alluvionale; inoltre, si appropriò, senza alcuna autorizzazione e gratuitamente per decenni, di ingentissime quantità di acqua di falda, emunta con sette pozzi, acqua che poi veniva scaricata all'esterno, “arricchita” di tutte le sostanze tossiche entrate in produzione, e che dava origine ad una roggia da cui si irradiava il sistema di irrigazione dei campi a valle della stessa fabbrica.Insomma l'ambiente venne utilizzato peggio che una bestia da soma, da sfruttare senza alcun riguardo. Ed in effetti, nonostante le proteste che si manifestarono fin dai primi giorni di entrata in funzione della fabbrica, nel lontano 1906, la Caffaro riuscì a sottrarsi sostanzialmente alle proprie responsabilità verso l'ambiente circostante, anche dopo l'evento Seveso, grazie alla solidarietà che seppe attivare nel sindacato aziendale, di cui si è detto sopra, ed anche all'atteggiamento scarsamente incisivo, quando non acquiescente, delle Istituzioni pubbliche deputate ai controlli, di cui si dirà poi. Paradossalmente la Caffaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta, operò molto di piú per migliorare l'ambiente interno che non per tutelare l'ambiente esterno, preoccupandosi ben poco di contenere le emissioni nocive. Situazione di privilegio che durò fino al 2001, quando la pubblicazione della storia della Caffaro (Marino Ruzzenenti, Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca Book, Milano 2001), le cui conclusioni vennero anticipate, il 13 agosto del 2001, dal quotidiano “La Repubblica”, con un lancio clamoroso in prima pagina, A Brescia c'è una Seveso bis, fece riemergere per intero quanto era stato per decenni rimosso. E da allora la Caffaro è stata costretta a prendere atto del disastro ambientale prodotto nel territorio bresciano e ad assumere alcuni provvedimenti di emergenza tesi a contenere ulteriori emissioni (innanzitutto, l'obbligo di depurare l'acqua di scarico prima di immetterla all'esterno).
Conflitti ambientali
Ovviamente, data la collocazione della fabbrica all'interno della città, nel corso del secolo di storia dell'azienda, si verificò una conflittualità pressoché permanente da parte dell'ambiente circostante che fin dall'inizio subì gli effetti nocivi di questa ingombrante presenza. Ne evidenziamo alcuni episodi.Era stata da poco avviata la produzione quando la Caffaro fece sentire per la prima volta la sua poco gradevole presenza nell'ambiente circostante, recando fortemente “danno” ed “incomodo” in particolare all'indifesa scuola elementare ed ai terreni agricoli vicini. Così, già, il 18 maggio del 1906 giungeva all'Amministrazione municipale la protesta del maestro Federico Garzoni, capogruppo della scuola elementare di Fiumicello, alla quale, come si è visto, si era improvvidamente addossata la fabbrica:
“Mi sento in obbligo di avvertire questa on. Giunta che essendosi verificati danni alle persone e alle piante per la vicinanza dello Stabilimento della soda caustica, occorre di urgenza una visita dell'Ufficiale sanitario a queste scuole”.
Si trattava evidentemente di esalazioni di cloro che si disperdevano nell'aria, le stesse che depositandosi sui campi attigui bruciavano letteralmente le coltivazioni di quel disgraziato contadino che con l'avvio delle produzioni Caffaro si era trovato nell'impossibilità di proseguire il proprio lavoro e costretto, per la disperazione, a vendere i terreni all'azienda. Questa, però, non sapeva che farsene, perché collocati oltre la ferrovia delimitante il lato sud dello stabilimento, ed incontrava intuibili difficoltà a reperire acquirenti privati, sia per uso agricolo che abitativo. “Provvidenziale” quanto inatteso giunse, quindi, nel 1927 l'interesse del Comune che acquistò in blocco tutta l'area, molto piú vasta di quella necessaria per il proprio gasometro. In quell'area lo stesso Comune nel secondo dopoguerra avrebbe costruito il campo sportivo di atletica!Nel frattempo, dopo appena un decennio di attività, appunto nel 1916, scoppiò il primo serio episodio di grave inquinamento del suolo e delle falde idriche, quando l'acqua di alcuni pozzi cominciò ad odorare fortemente di benzolo e ad essere rifiutata persino dagli animali. In realtà fin dall'inizio la Società Elettrica ed Elettrochimica del Caffaro versava direttamente in falda o nei fossati attigui allo stabilimento le acque di lavaggio e di rifiuto inquinando il territorio a sud dello stesso, senza che però il fenomeno potesse essere vistosamente percepito. Nel maggio di quell'anno, in alcuni capannoni, venne ospitata la ditta di coloranti Bonelli che, come sussidiaria dell'esercito, aprì un reparto per la produzione di liquidi esplosivi a base di acido cloridrico o muriatico e clorobenzolo, di fatto un reparto della stessa Caffaro con la quale era consociata. Accadde così che l'aggiunta dell'aromatico benzolo alle emissioni “tradizionali” (innanzitutto cloro e mercurio) fece deflagrare una situazione di inquinamento preesistente, ma non immediatamente percepibile da parte della popolazione. L'inquinamento acuto delle acque interessava circa 350 abitanti a sud della fabbrica, da Borgo S. Giovanni a Chiesanuova, i quali dovettero essere riforniti di acqua potabile con carribotte da innaffio. La popolazione interessata, ovviamente, protestò anche vivacemente, ma la situazione perdurò fino al 1918, quando fu sospesa la produzione di monoclorobenzolo: ed ora sappiamo, dai dati di letteratura scientifica, che sicuramente quella produzione diede origine, per reazioni parassite, alla formazione di diossine, che da allora cominciarono ad essere disperse in ambiente. Ma le diossine si formeranno e verranno disperse in ambiente anche in altri reparti: nel clorosoda, con gli anodi di grafite; nell'impianto di pentaclorofenolo, attivo nel secondo dopoguerra; nella produzione di tricloro e tetraclorobenzolo; negli impianti dei PCB, infine come impurità presenti negli stessi PCB. Questi microinquinanti, tuttavia, all'epoca non erano percepiti come tali, anche perché poco o per nulla conosciuti.
Solo nel 1976, l'evento Seveso fece da detonatore e cominciarono a manifestarsi voci, tra l'opinione pubblica locale, di grande preoccupazione, mentre da parte di alcuni si ipotizzava lo spostamento della fabbrica fuori dal contesto urbano. Ma per le ragioni, in parte già viste, alla fine non se ne fece nulla.
Nel 1980 scoppiava il problema, fino ad allora ignorato, della dispersione in ambiente delle peci e dei rifiuti tossici delle produzioni Caffaro: il Collettivo politico nuova sinistra di Passirano, a conclusione di un lavoro di indagine durato un anno e mezzo, pubblicò all'inizio dell'anno un Dossier inquinamento che ipotizzava la collocazione di fanghi contenenti PCB e provenienti dalla Caffaro in una discarica locale, la Vallosa.
L'episodio forse piú critico si verificò, sempre nei primi anni Ottanta, quando il Comune di Brescia, attraverso la propria municipalizzata, si accorse che alcuni pozzi dell'acquedotto pubblico erano fortemente inquinati, in particolare di tetracloruro di carbonio, a tal punto che alcuni di questi furono chiusi. Anche in questo caso la vicenda sollevò non poco allarme, in particolare negli abitanti della IV Circoscrizione, quella direttamente colpita, trattandosi di un bene primario come l'acqua potabile. La IV Circoscrizione, per tutti gli anni Ottanta, effettivamente si occupò e preoccupò prioritariamente del problema Caffaro.
Ma le mobilitazioni dei cittadini, forse, piú significative si registrarono a partire dall'agosto 2001, dopo che deflagrò, come già si è ricordato, il “caso Caffaro”. Occorre annotare che le prime reazioni istituzionali, all'indomani della denuncia del 13 agosto 2001, furono ovviamente tutte tese a minimizzare. Ma stavolta la popolazione non stette a guardare in attesa passiva degli eventi. Su invito di alcune personalità di “Medicina democratica”, di “Legambiente”, di Rifondazione comunista, dei Verdi e dei Democratici di sinistra della IV Circoscrizione si tenne una prima assemblea popolare molto partecipata (cui seguirono numerose altre), che diede vita ad un Comitato popolare contro l'inquinamento zona Caffaro. Accanto a questo, si costituì un Comitato tecnico scientifico indipendente formato dalla dott.ssa Simona Albini, geologa, dal prof. Franco Berrino, epidemiologo dell'Istituto tumori di Milano, dall'ing. Roberto Carrara di "Medicina democratica", dal dott. Fabrizio Fabbri, biologo e, all'epoca, direttore del Comitato scientifico di Greenpeace Italia, dal dott. Luigi Mara, chimico e direttore di “Medicina Democratica”, dal dott. Celestino Panizza, medico del lavoro dell'Asl Brescia, dal dott. Paolo Ricci, medico del lavoro dell'Asl Mantova e dal prof. Marino Ruzzenenti, storico.
Le proposte scientificamente argomentate e le pressioni della popolazione e del Comitato hanno fatto sì che, pur con limiti e lacune, le istituzioni fossero costrette finalmente ad avviare indagini approfondite, facendo emergere per la prima volta nelle sue dimensioni reali il disastro ambientale prodotto dalla Caffaro sul territorio circostante.
Posizione delle istituzioni
La posizione delle diverse istituzioni che nel corso del secolo si occuparono della Caffaro (governo, enti locali, ufficiale sanitario, presidi deputati alla salvaguardia ambientale e alla tutela della salute, università…) fu sostanzialmente ispirata da un atteggiamento ambivalente: da un canto rassicurare l'opinione pubblica che la situazione era sotto controllo e che non vi era alcuna ragione di allarme, dall'altro porre in essere alcuni controlli indicando misure atte a contenere le emissioni, evitando comunque di approfondire le indagini al punto da dover mettere in discussione l'esistenza o per lo meno la collocazione in città della fabbrica stessa. Clamoroso in questo senso fu, dopo Seveso, l'incapacità (la non volontà?) di scoprire che anche in Caffaro vi era un problema diossine, sia da parte delle strutture sanitarie di Brescia e della Regione Lombardia, sia da parte della Clinica del lavoro di Verona che intervenne in Caffaro dopo il grave incidente al distillatore dei PCB del 1981.Vi fu un'unica eccezione, rappresentata dal pretore Vincenzo Cottinelli, che, in relazione allo stoccaggio di enormi quantità di cloro in mezzo alle abitazioni, dispose misure severissime nel 1985 che, se attuate, avrebbero messo in grosse difficoltà l'azienda.
Ma fu solo dal 2001 che le istituzioni locali, violentemente sollecitate dall'inchiesta pubblicata da “La Repubblica”, si misero finalmente e con impegno all'opera. Si costituì da parte dell'Asl un Comitato tecnico scientifico, formato tra l'altro in buona parte da coloro che fino ad allora avevano ignorato o tenuto nascosto il problema, con l'intento neppure velato di dimostrare che si trattava di allarmismi infondati. Ma, fin da subito, le prime indagini portate in profondità fecero emergere un disastro ambientale dalle proporzioni “insospettate”, anche se in gran parte prevedibili, sulla base di un'attenta lettura della storia della Caffaro.
Aspetti giudiziari
Nel 2001 si avviò anche un procedimento penale da parte della Procura di Brescia per disastro ambientale e omicidio colposo, procedimento che gli stessi PM avevano chiesto di archiviare ancora in fase istruttoria nel gennaio 2007, a cui si opposero Legambiente ed il Comitato popolare contro l'inquinamento zona Caffaro (ma non il Comune di Brescia): il Gip, con ordinanza del 15 ottobre 2007 dispose che l'indagine proseguisse, indagine che è tutt'ora in corso.Nel novembre 2005, alcuni dei cittadini piú direttamente e pesantemente colpiti dall'inquinamento avviarono un'azione legale in sede civile per il risarcimento dei danni, azione tutt'ora in corso. Anche in sede civile, non risulta che l'Amministrazione comunale si sia attivata per un'azione di risarcimento dei danni subiti dal patrimonio pubblico.
Caratteristiche dei danni alla salute e all'ambiente
I danni alla salute, in termini di nesso causale diretto, sono difficilmente rilevabili.Si possono dedurre indirettamente dalla tossicità scientificamente acclarata dei contaminanti in questione, dispersi in ambiente e veicolati negli umani attraverso la catena alimentare.
I danni all'ambiente noti sono riconducibili all'inquinamento del terreno in un'area molto estesa a sud della Caffaro, all'inquinamento dei corsi d'acqua superficiali sempre a sud della stessa, all'inquinamento della falda sottostante, all'inquinamento in profondità del terreno sotto la fabbrica, al rilascio di contaminanti da alcune discariche incontrollate dove sono stati interrarti i rifiuti delle produzioni Caffaro.
Per quanto riguarda la falda le sostanze tossiche sono in particolare solventi clorurati e soprattutto tetracloruro di carbonio, come già si è detto, probabilmente cancerogeno.
Nei terreni e nella catena alimentare fino all'uomo, gli inquinanti principali in campo, in concentrazioni molto elevate che non hanno riscontro in letteratura, sono in particolare PCB e diossine (PCDD/F), composti con caratteristiche di tossicità ampiamente studiate a livello internazionale.
Sono composti persistenti (si degradano molto lentamente nell'ordine di decenni) bioaccumulabili (si accumulano nel tempo negli organismi viventi), capaci di alterare il sistema immunitario e lo sviluppo neurologico, nonché di “alterare” o “distruggere” i meccanismi di funzionamento del sistema endocrino, di essere, cioè, “interferenti endocrini” (EDC). Le diossine-TEQ sono classificate sicuramente cancerogene per l'uomo dallo IARC.
Altre alterazioni dello stato di salute che con un diverso grado di evidenza sono state correlate a questi composti sono: effetti sulla riproduzione con riduzione della qualità dello sperma, deterioramento della fertilità e aumento del tasso di abortività spontanea, riduzione del tasso di maschi nati, aumentata incidenza di anormalità nello sviluppo maschile come l'ipospadia o il criptorchidismo; endometriosi; pubertà precoce. Inoltre dati derivanti da studi sull'uomo e sull'animale indicano chiaramente che l'esposizione (soprattutto prenatale) a EDC certi (es. PCB e diossine) può avere effetti avversi sullo sviluppo neurologico, sulla funzionalità endocrina e comportamentale e sulla funzionalità immunitaria.
Studi epidemiologici sono suggestivi di un aumento correlato con l'esposizione a PCB di tumori del tratto digestivo, soprattutto cancro epatico, melanoma maligno. Tuttavia, limiti nella quantificazione dell'esposizione a rischio, la limitata consistenza dei risultati e, in alcuni casi, la presenza di confondenti dell'esposizione sono di ostacolo ad una chiara individuazione di una accertata relazione dose-risposta.
Effetti avversi sono stati riscontrati in ratti, topi, scimmie e mammiferi: questi effetti sanitari negativi osservati nella maggior parte degli animali sono di tipo immunologico, dello sviluppo, sulla riproduzione, epatici e sul peso; molti studi riportano concordemente aumento di cancro epatico indotto in roditori esposti a vari congeneri di PCB; la gravità degli effetti dipende dalla dose, dalla specie, dal tipo di miscela di PCB, dalla durata e dall'epoca dell'esposizione ed da altri fattori.
L'esposizione fetale a composti organici persistenti (POPs) come PCB e diossine, può provocare alterazioni del timo, un organo fondamentale per lo sviluppo del sistema immunitario, per cui sarebbe verosimile che l'alterazione nello sviluppo del sistema immunitario giochi un ruolo nello sviluppo di disturbi neuro comportamentali.
Infine, sono sempre piú numerosi gli studi che dimostrano come l'esposizione a composti chiamati in causa dal “caso Caffaro”, nel periodo gestazionale, determinino un aumento di rischio di cancro nel corso della vita anche se l'esposizione a questi composti venisse a cessare. Il fatto è che questi composti (diossine, PCB, mercurio, composti organo-clorurati), interferiscono con il sistema endocrino e sono in grado di provocare alterazioni sul genoma e sull'epigenoma con effetti sulla salute in tutte le fasi della vita e dello sviluppo dell'individuo.
Indagini ambientali ed epidemiologiche
Effettivamente, dopo il fatidico agosto 2001, sono state prodotte numerose indagini ambientali, soprattutto dall'Arpa di Brescia. è quindi oggi disponibile una mole considerevole di dati che attestano un inquinamento in particolare da PCB e da diossine, ma anche da mercurio, su un territorio notevolmente esteso: l'intera porzione della città a sud della Caffaro, a forma di cono con al vertice la fabbrica (da nord a sud circa 6 chilometri, coinvolgendo anche parte del comune di Castelmella, per 2,5 chilometri di base), abitata da circa 25.000 abitanti, presenta il terreno, per almeno 35 cm di profondità, e le rogge fortemente inquinate da diossine, PCB e mercurio; le concentrazioni di diossine e PCB, sia per l'estensione che per la profondità, non hanno riscontri in letteratura: tutto il territorio vede i PCB e le diossine presenti nel terreno da dieci a cento volte sopra i limiti di legge, fino ad un massimo di 8.330 μg/kg per i PCB (limite 1-60 μg/kg) e di 3.322 ng/kg per le diossine (limite 10 ng/kg); la stessa falda è inquinata da tetracloruro di carbonio (300 volte i limiti di legge) e altri solventi clorurati; sotto la fabbrica per almeno 35 metri il terreno è impregnato all'inverosimile di diossine e PCB, nonché di tutte le sostanze tossiche che sono state impiegate nel corso dei decenni e che abbiamo citato sopra; la contaminazione da diossine e PCB è transitata nella catena alimentare fino all'uomo; a tutela dei cittadini, il sindaco di Brescia è stato costretto, il 23 febbraio 2002, ad emanare un'Ordinanza di interdizione dell'uso dei suoli e dei fossi, sia a scopo ricreativo che per qualsiasi coltivazione, ordinanza che da allora è stata continuamente reiterata e via via estesa all'intera zona della città interessata dalla contaminazione.Per quanto riguarda le indagini sanitarie, va rilevata innanzitutto la grave contaminazione dei cittadini il cui sangue presenta livelli elevatissimi di diossine e PCB diossina-simili :
| WHO-TEQs | Brescia | Venezia | Roma | Duisburg | Caserta | Caserta | ||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| PCDD/DFs | 30 | 13,7 | 9,40 | 13,84 | 7.9 | 9,1 | ||
| PCBs-DL | 116 | 18,85 | 11,01 | 13,4 | 7,5 | 8,5 | ||
| Total TEQs | 147 | 33,0 | 20,4 | 27,27 | 15,4 | 17,5 |
L'Asl di Brescia ha compiuto, sempre dopo il 2001, uno studio della coorte dei lavoratori della Caffaro, coorte composta da dipendenti presenti il 13 settembre 1974 o assunti fino al 1994. In totale 1.163 persone (si stima che almeno 1.000 altri dipendenti fossero inclusi nei precedenti libri matricola). La mortalità dei lavoratori Caffaro è stata confrontata con quella della popolazione generale della Lombardia. I risultati evidenziano che il rapporto osservato/atteso (O/A) che raggiunge la significatività statistica è quello relativo ai tumori primitivi del fegato (13/6,4). I morti per cirrosi sono stati 17, rispetto a 11,7 attesi. L'analisi per durata dell'esposizione limitatamente agli operai, mette in evidenza valori statisticamente significativi per le morti per tutti i tumori e per le morti per cancro polmonare. Per i tumori del fegato, in coloro che avevano lavorato per meno di 10 anni, tra 10 e 20 e oltre 20 anni, i rapporti O/A sono stati rispettivamente 0/0,8; 4/1,7 e 7/2,9.
L'Asl ha compiuto anche alcuni studi sulla salute della popolazione residente nei quartieri a sud della fabbrica, su alcuni tipi rari di tumore (linfomi NH) e sui sarcomi dei tessuti molli (STM): è stato evidenziato nelle donne il rischio di 9 volte superiore per i LNH, mentre per i STM è di 2,29 Quest'ultimo valore, a differenza del primo, non raggiunge la significatività statistica per la bassa numerosità dei casi collegata alla rarità di questa forma tumorale. Un successivo aggiornamento dello studio sui linfomi NH conferma e consolida i risultati già precedentemente resi pubblici: oltre al rischio nelle donne residenti nel quartiere immediatamente a sud della Caffaro dove si registra un rischio molto elevato (8,98), emerge anche un rischio significativo nelle donne residenti per piú di 10 anni nelle aree considerate a rischio in modo aggregato, rischio non evidenziato nello studio precedente. Emerge anche una relazione chiara con la residenza per le donne del quartiere immediatamente a sud della Caffaro e nelle aree inquinate complessivamente considerate.
Sempre dagli studi condotti dall'ASL sono emersi effetti sulla funzionalità ormonale in particolare sulla tiroide.
Processi di bonifica
I provvedimenti per ora realizzati riguardano soprattutto la parziale messa in sicurezza del sito, classificato sito inquinato di interesse nazionale “Brescia-Caffaro” (art. 14, L. 179 del 31 luglio 2002, Disposizioni in materia ambientale). Questi sono stati i piú importanti: totale impermeabilizzazione superficiale del sito aziendale; obbligo imposto alla Caffaro di emungere circa 10 milioni di m3 di acqua dalla falda sottostante per mantenerla bassa e in depressione al fine di evitare che la stessa intercetti la enorme quantità di inquinanti del sottosuolo della fabbrica con conseguente contaminazione disastrosa di tutta la falda cittadina; obbligo di filtrare con carboni attivi l'acqua del pozzo piú contaminato, prima di immetterla all'esterno, non piú nelle rogge destinate all'irrigazione di campi, ma nel fiume Grande; prosciugamento definitivo, quindi, del sistema di rogge che si dipartiva dallo scarico Caffaro al fine di limitare l'ulteriore propagazione dei contaminanti.Per quanto riguarda la bonifica dei terreni esterni si è proceduto ad alcuni saggi, molto limitati (alcune aree pubbliche e circa tre giardini privati), con l'asportazione dello strato superficiale di terreno e la sostituzione con terra non inquinata (circa 50 cm). L'ostacolo principale è, ovviamente, la mancanza di risorse, tenendo conto che per ora non è neppure stato definito l'accordo di programma tra i vari enti pubblici coinvolti e la Caffaro stessa per il varo di un primo lotto di interventi prioritari di bonifica.
Ipotesi ed esperienze di recupero
L'entità dell'inquinamento esclude per ora, almeno per l'insediamento produttivo, qualsiasi ipotesi di recupero tecnicamente fattibile. Analogamente, allo stato dei fatti, per l'area esterna inquinata non si registra un progetto concreto di recupero del territorio: sono state ipotizzate varie volte alcune soluzioni, come la parziale trasformazione dei terreni agricoli in boschi piantumati, rimaste però allo stato di formulazioni teoriche.Fonti bibliografiche e documentarie
Pubblicazioni
- Marino Ruzzenenti, Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca Book, Milano2001, pp. 595.
- Marino Ruzzenenti, Caso PCB: ecco come ti distruggo l'ambiente, dossier di “MissioneOggi”, n. 1, gennaio 2002, pp. 17-32.
- Marino Ruzzenenti, Caffaro di Brescia: un secolo di veleni, dossier di “Medicina Democratica”, n. 139/140, novembre-dicembre 2001/gennaio-febbraio 2002, pp. 28-64.
- Comitato popolare contro l'inquinamento “zona Caffaro”, Il “caso PCB”. Tutto quello che i cittadini devono sapere (e che l'Asl avrebbe dovuto spiegare), Brescia, 18 aprile 2002, pp. 16.
- Asl Brescia, Il caso Caffaro. Un'analisi oggettiva, Asl Brescia, 3 maggio 2002, pp. 32.
- Celestino Panizza e Paolo Ricci, Contaminazione da PCB: Brescia è piú inquinata di Seveso, in “Epidemiologia & Prevenzione”, n. 26, maggio-giugno 2002, pp. 145-153.
- Marino Ruzzenenti, Il “caso Caffaro”: insieme ai PCB le diossine, “Medicina Democratica”, n. 144/145, settembre-dicembre 2002, pp. 9-26.
- Marino Ruzzenenti, Caffaro: un secolo di veleni, in “Libertaria”, anno 5, n. 1, gennaio/marzo 2003, pp. 24-34.
- Pietro Apostoli et all., Precisazioni sull'inquinamento da PCB a Brescia, in “Epidemiologia & Prevenzione”, n. 27, novembre-dicembre 2003, pp. 356-365.
- Celestino Panizza e Marino Ruzzenenti, Caffaro di Brescia: si estende l'inquinamento da PCB e diossine, “Medicina Democratica”, n. 154/156, maggio-settembre 2004, pp. 23-34.
- Celestino Panizza e Paolo Ricci, Esposizione a danni da PCB/diossina a Brescia: commento al rapporto della Asl, in “Epidemiologia & Prevenzione”, n. 28, luglio-ottobre 2004, pp. 211-214.
- Francesco Donato e Michele Magoni, Risposte ad alcune osservazioni dell'articolo di Panizza e Ricci di EP del luglio-ottobre 2004 sulla Relazione redatta dal Comitato tecnico scientifico (CTS) dell'Asl di Brescia, in “Epidemiologia & Prevenzione”, n. 29, settembre-dicembre 2005, pp. 232-238.
- Cinzia La Rocca, Silvia Alivernini, Chiara Laura Battistelli, Sergio Carasi, Marialuisa Casella, Nicola Iacovella, Annamaria Indelicato, Carmelo Scarcella, Luigi Turrio-Baldassarri, Istituto Superiore Di Sanità, Asl Brescia, PCDD/F and PCB in human serum of differently exposed population groups of an italian city, “Organohalogen Compounds”, vol. 67, a. 2005, pp.1537-1539.
- Marino Ruzzenenti, Brescia – “caso Caffaro”: l'inquinamento dai terreni alla falda idrica, “Medicina Democratica”, n. 173/175, maggio-ottobre 2007, pp. 31-42.
- Luigi Turrio-Baldassarri, Vittorio Abate, Chiara Laura Battistelli, Sergio Carasi, Marialuisa Casella, Nicola Iacovella, Annamaria Indelicato, Cinzia La Rocca, Carmelo Scarcella, Silvia Alivernini, PCDD/F and PCB in human serum of differently exposed population groups of an italian city, “Chemosphere”, vol. 73, a. 2008, pp. 228-234.
- Marino Ruzzenenti, Industrie urbane. La “Caffaro” di Brescia, in Salvatore Adorno e Simone Neri Serneri (a cura di), Industria, ambiente e territorio. Per una storia ambientale delle aree industriali in Italia, Il Mulino, Bologna, 2009, pp. 113-131.
Archivi
- Archivio aziendale dello stabilimento Caffaro di Brescia.
- Archivio corrente dell'ASL di Brescia, settore igiene pubblica.
- Atti del Consiglio comunale di Brescia.
- Archivio corrente dell'Assessorato all'ecologia del Comune di Brescia.
- Archivio corrente dell'Assessorato all'ecologia della Provincia di Brescia.
- Archivio della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia.
- Archivio di Stato di Brescia.
- Archivio storico della Camera del lavoro di Brescia.
- Archivio della IV Circoscrizione di Brescia.
Web
- Comune di Brescia, Sito di interesse nazionale “Brescia Caffaro”http://www.comune.brescia.it/NR/exeres/4F18B7A5-8A91-4936-B7A9-14152CEE9253.htm
- Asl di Brescia, Documentazione sul “caso PCB”http://www.aslbrescia.it/asl/bin/index.php?id=319
- Marino Ruzzenenti, Documenti sul caso Caffarowww.ambientebrescia.it/Caffaro.html
- Snia Spa, sito aziendalehttp://www.snia.it/
Allegati
Aggiornamento al Giugno 2009
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