martedì, ottobre 27, 2009
Misteri
appena entrati. Altri due avvisi di garanzia per il crollo del convitto
New town, la beffa dei primi sfrattati
"La vostra casa è agibile, ritornateci"
L'AQUILA - Avvengono davvero i "miracoli", nel cratere del terremoto. Case classificate D e poi E - vuol dire gravemente danneggiate e bisognose di importanti lavori - all'improvviso, e senza la visita di muratori e carpentieri, vengono classificate A, ossia perfettamente agibili. Chi abitava dentro a queste case è rimasto in tenda, in camper o negli hotel della costa per sei mesi, sperando di ottenere un tetto sicuro. Per alcuni il sogno si è realizzato, con la consegna della chiave degli appartamenti nelle Case antisismiche. Pochi giorni di tepore e anche di felicità ("Finalmente una casa vera, c'è pure la lavastoviglie") poi la doccia fredda. "La vostra casa è tornata A. Dovete andarvene da qui. Avete trenta giorni di tempo". Intanto ci sono altri due indagati per i crolli-killer del terremoto: sono accusati di omicidio colposo e disastro colposo per la morte di due studenti tra le macerie del Convitto nazionale.
Via Verzieri, nella frazione di Preturo. Sei palazzi dell'istituto autonomo case popolari che qui si chiama Ater. Dieci famiglie in ogni palazzo. La scossa del 6 aprile manda tutti fuori di casa. Anna Maria Orsini abitava nel palazzo ai civici 10-11. "Come tutti gli altri abbiamo cercato un rifugio. Quasi tutti in tenda, io mi sono arrangiata comprando un camper, per ospitare mia madre che è malata. Il 20 aprile, due settimane dopo il terremoto, è stata fatta una verifica. Nel nostro palazzo e in quello di fianco (ai civici 12-13), dalle prove sclerometriche risulta che il calcestruzzo risulta scadente. Si chiedono carotaggi e altre prove. Stessa analisi per i due palazzi ma uno, il nostro, è classificato D e l'altro E. Visto che non possiamo rientrare a casa nostra, facciamo domanda per quelle che tutti noi chiamiamo "le case di Berlusconi". Ma per entrare la tua casa deve essere classificata E. Chiediamo alla Dicomat, l'ufficio della Protezione. Ci rispondono che i civici 10-11 e 12-13 risultano fare parte di un "unico aggregato", mappato con il numero 493937, e pertanto anche il nostro palazzo deve considerarsi E, inagibile. Il dato viene confermato anche dal computer. Io e gli altri aspettiamo dunque il colloquio di verifica prima di entrare nelle nuove case. Alla fine di settembre vengo finalmente convocata. Mi chiedono tutto: noi in famiglia siamo in 6, chi lavora deve presentare la busta paga, la mamma invalida deve presentare i certificati... Tutto in regola. Il 9 ottobre firmo il contratto di comodato d'uso gratuito e il giorno dopo entro. Una grande gioia. Tre camere da letto, due bagni. Ho trovato qui cinque famiglie che abitavano nel mio palazzo. Tante altre arrivano dai palazzi a fianco del nostro".
Poi le prime voci. A una signora del palazzo 12-13, classificato E, che aveva chiesto la "casa Berlusconi" rispondono che non è possibile accontentarla perché la sua casa adesso è A. "Facciamo tante telefonate, cerchiamo incontri. La conferma ufficiale è arrivata ieri. Nel sito del Comune il nostro palazzo adesso è A, mentre quello a fianco - nella verifica del 20 aprile si diceva che era messo male come il nostro - resta E. Ma anche quegli inquilini tremano, perché hanno paura che un altro "miracolo" renda agibili anche i loro appartamenti provocando lo sfratto dalle nuove case. Lavori non ne sono stati fatti, in nessun palazzo. E noi ci chiediamo: se il palazzo era sicuro, perché ci hanno fatto vivere come disgraziati nelle tende per sei mesi? Se non era messo bene, come ha fatto a tornare agibile, senza che nessuno abbia visto un gru o un'impalcatura?".
Un caso degno del dottor Azzeccagarbugli. "La direzione dell'Ater adesso ci dice che il palazzo sarebbe inagibile non a causa del terremoto ma perché costruito con materiali scadenti. Ma noi non cediamo. Prima di rientrare nei nostri appartamenti, vogliamo una verifica vera. E vogliamo sapere la verità. Siamo inquilini, non carne da macello".
da repubblica.it
Ok che nel dubbio chi ha fatto la perizia può aver messo E e così non rischiava, xò passare da casa da demolire a perfetta ce ne vuole.
lunedì, ottobre 26, 2009
Free sms
degli sms da 1 cent
«Gli operatori italiani di telefonia hanno sempre tenuto il prezzo degli sms assurdamente alto», ci racconta Davide con il piglio dell’imprenditore, malgrado stia ancora finendo l’università, Scienze informatiche ovviamente, alla Statale di Milano. «Un vero e proprio cartello che non ha mai fatto scendere il costo per l’invio di un messaggio di testo sotto i 12/15 centesimi. E pensare che a loro costa un millesimo di centesimo, e solo se l’sms è indirizzato su un numero di un altro operatore». Un rincaro spropositato che circa due anni fa ha portato Davide e un suo amico a lavorare – «ma proprio per divertirci» – su un programma che permettesse di inviare sms utilizzando Internet, e dunque il cosiddetto e poco costoso “traffico dati”, invece dei preziosissimi ripetitori delle telefonia mobile. E così a febbraio scorso è comparso online il sito Skebby.it, grafica divertente e nome che rimane impresso («L’ho scelto per questo, non vuol dire proprio niente, in realtà»): scaricando e installando gratuitamente sul proprio telefonino il software Java creato da Davide, diventa possibile utilizzare direttamente dal proprio cellulare i 5/10 sms gratuiti offerti sui tradizionali siti web degli operatori (da Tim a Vodafone ad Alice). Al costo di 1 centesimo l’uno o anche meno: «E cioè quanto costa inviare tutti i dati dell’sms dal vostro telefono ai miei server, che poi passano il messaggio automaticamente sui siti degli operatori e da qui lo inviano». Un’idea semplice, che si è subito diffusa in rete: migliaia di universitari e non solo hanno iniziato subito a “skebbare” i propri sms.
E a questo punto l’idea da semplice diventa anche geniale. Ride Davide Morrone: «Ho deciso di provare a competere in prima persona con i colossi della telefonia. Così, sostenuto dal Politecnico e dalla Camera di Commercio di Como, ho fondato la mia Srl, Mobile solution. Mia e di mio papà, che è il mio socio, dato che ci ha messo i 10 mila euro iniziali». E il gioco, come si dice, a questo punto si fa duro. Accanto al vecchio Skebby ora compare SkebbyPro, una versione del software che permette l’invio di sms a basso costo e illimitati, senza dunque basarsi sui servizi messi a disposizione dagli operatori. Il sito diventa un vero e proprio negozio elettronico, dove poter acquistare con carta di credito il proprio pacchetto di sms. Da un lato la versione Easy, che si basa su operatori internazionali e permette l’invio di messaggini dal proprio cellulare senza però poter inviare il proprio numero di telefono (dal sito è quindi possibile creare una proprio firma grafica per farsi riconoscere). Il costo di un singolo sms in questa modalità può andare dai 5,8 centesimi (se si compra il pacchetto da 500 sms) agli 8 (pacchetto da 50). Dall’altro la versione Premium, attraverso la quale si possono mandare gli short message esattamente come se fossero inviati normalmente tramite il proprio operatore. Ma con un costo inferiore: da 8,9 centesimi (per 350 sms) a 11,4 (per 35). «Finita l’università mi dedicherò completamente a Skebby: se riesco a fare una buona pubblicità e il sito decolla, divento ricco», ride Davide. «Altrimenti, beh, mi inventerò qualcos’altro».
domenica, ottobre 25, 2009
sabato, ottobre 24, 2009
venerdì, ottobre 23, 2009
SORPRESA AL RIENTRO...
Io continuo a ripetermi...non ci posso credere....
Se vi dico che l'ha trovato il capo sul parabrezza della sua auto, e ha pensato a me, quanto ridete????
http://img190.imageshack.us/img190/1473/gameqy.jpg
Bet, mi manchi tanto in ufficio...
Che amarezza...
trattato di Lisbona
il cui link dal sito del consiglio europeo è
http://conventions.coe.int/
leggete l'articolo 2!
Ci sono molte cose che cambiano con 'sto trattato, e tante puzzano e sono fatte sotto il naso,
Resta solo la speranza che per alcuni punti gli stati possano farsi scudo con la propria costituzione.
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nei casi in cui il delitto sia punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non è considerata inflitta in violazione di questo articolo quando derivasse da un ricorso alla forza reso assolutamente necessario:
a. per assicurare la difesa di qualsiasi persona dalla violenza illegale;
b. per effettuare un regolare arresto o per impedire l’evasione di una persona le galmente detenuta;
c. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione
giovedì, ottobre 22, 2009
SAGRA DEL FUNGO CHIODINO
"Momenti da gustare fino in fondo, in cui gastronomia, arte e musica corrono di pari passo per tutto il pubblico presente. Gastronomia, con i tanti sapori d'autunno che si possono degustare allo stand riscaldato che offre le specialità a base di funghi chiodino della tradizione bresciana, e la mostra/mercato in cui si potranno trovare, oltre ai funghi chiodino, castagne, zucchine, formaggi vino e prodotti tipici locali."
La festa del chiodino sarà questo sabato e domenica a Dello, ci sono un po' di bancarelle di prodotti nostrani ed io sarò a servire allo stand con gli amici della banda, per cui se volete venire a mangiare, vi aspetto volentieri! il tendone è grande e riscaldato e... si mangia bene!
Vi aspetto!
mercoledì, ottobre 21, 2009
NUOVE DIVISE DA PALLAVOLO

"Chiu pilu pi tutti!"
"Cetto LaQualunque vi promette le promesse... Cetto LaQualunque è contemporaneo e vive il suo tempo: io manterrò le promesse. Qui l'ho scritto e qui lo leggo: porterò... u pilu nel nostro paese! Porterò navi cariche di pilu, container pieni di pilu. Costruiremo piscine, giardini pubblici, tunnel, ponti di pilu!! Insomma se mi voterete ci sarà... Chiu pilu pi tutti! Chiu pilu pi tutti!"
martedì, ottobre 20, 2009
Anna Politkovskaja
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6af27a18-230f-4c54-97ed-ca1b29665ae0.html
Della serie "non è la tua ora"
Vuole provare il bungee jumping
La corda si spezza, ma lui sopravvive
Tragedia sfiorata per uno studente inglese: si schianta su una laguna a 130 chilometri orari e riesce a salvarsi
MILANO - Tragedia sfiorata per un turista in Thailandia: si lancia per provare il brivido del bungee jumping in un volo da 50 metri, il cavo elastico si spezza improvvisamente. L'uomo si schianta in acqua, ma sopravvive. Una scioccante sequenza filmata della vacanza sull'isola di Phuket: il protagonista è il giovane Rishi Baveja. Il 22enne studente britannico a Cambridge voleva festeggiare i buoni voti dell'università con un'impresa estrema e indimenticabile. Che ora, probabilmente, ricorderà per tutta la vita. Nel breve video si vede un collaboratore legare la fune e la imbracatura di sicurezza ai piedi del ragazzo che è stato portato in cima alla piattaforma del centro Jungle Bungy a Kathu. Sotto di lui c'è la superficie di una laguna. Poi, il lancio nel vuoto a testa in giù. E di colpo ecco verificarsi l'impensabile: la corda si spezza e il saltatore si schianta rovinosamente in acqua. A 130 chilometri orari. La sua fortuna: è riuscito a fare in modo che la forza dell'impatto si concentrasse sullo stomaco e che non cadesse con la testa. Questo gli ha salvato la vita.
RICOVERATO PER UN MESE - Come riporta il tabloid inglese Daily Mail, Rishi Baveja del West Yorkshire ha riportato ferite come quelle di un brutto incidente in auto. Lo studente è stato ricoverato per un mese in un ospedale di Bangkok, prima di poter fare ritorno a casa in Gran Bretagna e raccontare la drammatica avventura. I medici gli hanno dovuto asportare la milza. «I dottori hanno spalancato gli occhi quando gli ho illustrato cos'era accaduto, non credevano che avessi potuto sopravvivere a un simile incidente. Pure io non me ne capacito ancora vedendo il video che documenta la caduta. Sono stato davvero fortunato». Rishi Baveja non ha intenzione fare causa ai responsabili del bungee jumping - «per le poche probabilità che ho di vincere», ha detto al giornale. Il salto è costato l'equivalente di circa 55 euro. La pagina web della struttura Jungle Bungy spiega che «nel centro non ci sono stati incidenti dal 14 giugno 1992». «Dopo più di 140mila salti è il primo da 17 anni» ha spiegato il proprietario Terry Pearce. Lo studente è tuttora in via di guarigione e pensa già alla prossima emozione: «Appena torno in forma vorrei provare con lo skydiving».

Come posso fare quello che non posso fare? disse. Non era una domanda retorica. Era una dichiarazione su se stessa, una dichiarazione di infelicità. Come diavolo posso fare quello che non posso fare? Poi, nascondendo la faccia nel mio petto, all'improvviso crollò e scoppiò a piangere. PAUL AUSTER, Il libro delle illusioni
lunedì, ottobre 19, 2009
Stasse cinema
[...]L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.
[...]
PIER PAOLO PASOLINI
(Da: "La Guinea", Poesia in forma di rosa, in "Bestemmia", volume primo, Garzanti, Milano 1993)
domenica, ottobre 18, 2009
Torna il cemento sulle coste sarde
CAGLIARI - Via libera a nuove colate di cemento sui litorali sardi. Sotto attacco la fascia di 300 metri dal mare. Almeno per possibili ampliamenti di alberghi, residence e strutture turistiche (sino al 25% delle volumetrie esistenti). Secondo il centrosinistra e gli ambientalisti, l'inversione di tendenza rappresenta un primo, durissimo colpo alla legge salvacoste varata nel 2004 dall'ex governatore Renato Soru. A dare il disco verde è stato il consiglio regionale. Il testo sull'edilizia, che in qualche misura comincia ad attuare il piano casa nazionale su scala isolana, è stato approvato ieri mattina: 39 i favorevoli, 20 i contrari, 1 astenuto. Ha votato sì l'intero schieramento di centrodestra che sostiene il presidente, Ugo Cappellacci, a suo tempo fortemente voluto da Silvio Berlusconi come candidato alla guida della giunta sarda.
L'iter del provvedimento è stato contrassegnato da un forte scontro in aula tra maggioranza e opposizione. La minoranza ha presentato oltre 400 emendamenti contro quello che ha più volte chiamato "Progetto cemento". Il centrosinistra, che nella scorsa legislatura approvò il Piano paesaggistico sardo e confermò il vincolo dell'inedificabilità nei 300 metri dal mare, ha criticato pesantemente le deroghe. Gli aumenti di cubatura potranno riguardare solo fabbricati a uso residenziale. Ma senza sopraelevazioni. E a condizione che gli ampliamenti migliorino la qualità architettonica dell'immobile, secondo quanto vagliato da una Commissione regionale ad hoc istituita con l'articolo 7 del provvedimento.
Sul patrimonio delle costruzioni in aree urbane gli indici massimi di edificabilità potranno essere superati fino al 20%. Ma solamente nel caso di fabbricati per uso residenziale uni-bifamiliare. Con una premialità fino al 30% di fronte a miglioramenti per il risparmio energetico. Gli incrementi potranno interessare anche le zone agricole. Per i centri storici dell'isola saranno invece subordinati a delibera da parte dei consigli comunali. Previsto infine il recupero a fini abitativi di sottotetti e seminterrati, tranne in aree a rischio idrogeologico.
"Profonda soddisfazione" viene espressa dal capogruppo del Pdl, Mario Diana. Mentre secondo Ance e Confindustria sarde è "un'opportunità per la ripresa dell'economia dell'isola". "È iniziata l'operazione verità: che la nostra legge sia un Piano cemento è una menzogna, semmai i cementificatori erano gli esponenti della precedente giunta": così Ugo Cappellacci, che ieri sera ha rimandato al mittente le accuse di "deregulation selvaggia". "È una legge semplicemente vergognosa - ha invece commentato senza mezzi termini l'ecologista Stefano Deliperi, presidente sardo del Gruppo d'intervento giuridico - Riapre le coste al cemento selvaggio. Minaccia l'ambiente. Crea pericoli in zone dove già si sono verificate calamità "innaturali". Come a Capoterra, vicino a Cagliari, quando sono morte sei persone e ci sono stati danni per decine di milioni. Presenteremo perciò ricorso: le nuove disposizioni hanno profili d'incostituzionalità perché violano il codice del paesaggio". PIERGIORGIO PINNA
sabato, ottobre 17, 2009
venerdì, ottobre 16, 2009
Io, la mia scorta e il mio senso di solitudine
"LO VEDI, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.
Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci saremo sempre".
Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.
Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti lavorano nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.
Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.
Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.
Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.
E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia sempre un po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.
Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.
Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.
È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.
Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.
Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.
Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.
Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell'ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.
Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.
Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.
© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement
with Roberto Santachiara Literary Agency
Sob sob...
"Barbie ha le caviglie grosse"
e lo stilista scatena la polemica
Il "maestro delle scarpe" Louboutin disegna una collezione per la bambola
e la Mattel è costretta ad assottigliare la silhouette: "Collo del piede troppo robusto"
giovedì, ottobre 15, 2009
mercoledì, ottobre 14, 2009
Aiutatemi a Capire...
ABRUZZO
Lettera agli aquilani dopo sei mesi.
Oggi è il sei ottobre 2009. Sei mesi dal sei aprile. Sei mesi, che sono un soffio e un’eternità insieme.
Un soffio, per chi prepara progetti e li mette in atto, scontrandosi con la realtà dei “tempi tecnici”
necessari per fare qualsiasi cosa. Un’eternità, per chi aspetta una normalità che sembra non arrivare
mai, costretto a una vita da rifugiato anche se ha scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a
far passare il tempo senza avere il comando dei propri giorni per decidere come viverli.
Come capita sempre nella vita, a distruggere basta un attimo, per costruire serve tempo. Una città,
un territorio sono come una famiglia, un’impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale
dell’uomo. Quando l’amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a
domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è
avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui
abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie
si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di
accuse agli altri perché non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno
mandato a rotoli i nostri progetti.
Chi resta da solo e senza risorse, chi si ritrova dall’oggi al domani senza lavoro, chi si accorge che il
racconto delle proprie esperienze di dramma, col loro strascico di paure e incubi notturni, ottiene
un’attenzione sempre minore, distratta, svogliata: sono queste le sole persone che possono capire
cosa sono sei mesi nella vita di chi se l’è vista distrutta.
Il terremoto, la distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai più. Il terremoto parte dalla
terra e arriva dentro ciascuno, dentro le famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non
voluto che è impossibile allontanare.
Una presenza che cambia peso e intensità col passare dei giorni. I primi sono quelli del lutto, dei
soccorsi, dei senzatetto da mettere al riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è venuto ad
aiutare e chi ha trovato rifugio, dell’accoglienza, della voglia di far festa per ogni piccolo segno di
vita buona, come una scuola che riapre o la nascita di un bimbo che diventa simbolo di speranza per
tutti. Poi ci sono i giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni che non hanno più inviati,
della routine dei campi che si vive con il fastidio crescente di essere come separati, da quei teli blu,
dal resto del mondo e dal proprio futuro. Adesso è il periodo del tempo che non passa, perché ogni
entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perché, costretti dalle cose ad essere
realisti, a guardare in faccia la realtà per com’è, arriviamo a non sopportarla più.
Anche i fatti positivi che pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano altri
e non il proprio futuro. Sono centinaia, dopo sei mesi, le famiglie che abitano case nuove e
confortevoli. Sono migliaia i ragazzi che hanno ripreso la scuola spesso in strutture realizzate a
tempo di record. Sono sempre meno coloro che ancora non hanno trovato una sistemazione buona
almeno per l’inverno. In sei mesi l’Italia intera ha partecipato a realizzare, all’Aquila, strutture che
in occasione di altri terremoti non si sono mai viste o hanno richiesto anni per essere completate. La
Protezione Civile e tutte le sue componenti e strutture operative, decine e decine di imprese al
lavoro, hanno trasformato L’Aquila e i Comuni del cratere in un cantiere aperto giorno e notte per
dare casa e servizi a un’intera città disastrata.
I primi risultati si vedono, sono concreti, sono reali, ma la realtà, che pure registra record assoluti di
tempestività ed efficienza, sembra sempre in ritardo rispetto al tempo della nostra impazienza, della
stanchezza che arriva alle ossa perché abbiamo bisogno di un’aria diversa per respirare, senza
misurarci ogni istante col tempo che, a seconda dei casi e dei ruoli, si traveste da soffio o diventa
eterno sulla nostra pelle.
Scrivo queste cose, a sei mesi dalla catastrofe, perché non mi sento ma sono aquilano, non mi sento
ma sono terremotato, perché vivo da quel giorno gli stati d’animo, le ansie e anche le speranze di
chi vive qui, nelle condizioni che il sisma del 6 aprile ha disegnato. Chi lavora con me da sei mesi,
impegnato ogni giorno per rimediare ai guasti del terremoto, vive questa contraddizione di sentire
che il tempo, i giorni, sono sempre troppo pochi e troppo lunghi, troppo pochi per arrivare a tutto,
troppo lunghi perché non si vede bene la fine del tunnel della precarietà nel quale nessuno, lo
abbiamo giurato a noi stessi, deve restare intrappolato.
Non siamo terremotati perché il sisma ci ha colpito ma perché abbiamo scelto di esserlo con gli
aquilani, siamo venuti da fuori e siamo rimasti, con l’idea forse banale e semplicistica che stava a
noi per primi non andarcene, restare e lavorare senza risparmio di energie per dire coi fatti ai
cittadini dell’Aquila che non erano soli, che lo Stato c’era e c’è, che il terremoto non ha lasciato
nessuno senza percorsi possibili verso un futuro vivibile.
Sono andato via dall’Aquila solo quando la tragedia, il disastro, hanno colpito altre parti d’Italia, a
Viareggio, a Messina in queste ultime ore. Viaggi da una catastrofe ad altre, da un dolore che
conosco ad altre sofferenze e altre amarezze. Per questo non ho bisogno di leggere i giornali, di
ascoltare dichiarazioni, di scorrere reportage, di prender parte al gioco inutile delle polemiche per
sapere che il nostro compito in Abruzzo non è ancora finito, che dobbiamo mettere in conto ancora
giorni e giorni passati lavorando senza badare alla fatica, spendendoci per limare un po’di tempo
all’eternità di chi aspetta e far stare più cose nel soffio di ogni giorno a nostra disposizione.
Chiedo al tempo, in questo giorno, di non impedirci di vedere ciò che abbiamo fatto e di gioirne,
insieme a quanti per primi sono arrivati a godere dei risultati dell’enorme sforzo che ogni giorno si
compie in queste terre.
Chiedo al tempo che ci conceda una sua piega, per ricordare quanta strada abbiamo fatto in sei
mesi, dai primi soccorsi alle esequie delle vittime, dalla visita del Papa alle decisioni del Governo
per far fronte all’emergenza, dal G8 ai piani per le nuove costruzioni, dalle prime case finite a
quelle che stanno sorgendo, dai giorni della mobilitazione solidale degli italiani fino all’oggi, che
vede ancora migliaia di persone al lavoro, che hanno stabilito con l’Abruzzo e la sua gente un
rapporto destinato a durare.
Chiedo al tempo, infine, di lasciarci vedere il termine dell’attesa. Abbiamo tutti fame di pace, di
cose finite, di impegni assolti. Abbiamo tutti fame di un buon futuro possibile e concreto, da usare
con un po’ di libertà. Lo so e lo sento, condivido, resto qui a condividere con quanti ancora devono
pazientare.
Il giorno in cui daremo una casa all’ultima famiglia che l’aspetta, potremo di nuovo imparare a
vivere il tempo nella sua semplicità, considerandolo nostro amico. Resto qui con voi, perché so che
quel giorno è vicino e credo in coscienza di aver conquistato il diritto e l’onore di viverlo insieme a
voi.
Guido Bertolaso
qui ci sono le informazioni della protezione civile sull'andamento dei lavori. http://www.protezionecivile.it/cms/view.php?dir_pk=395&cms_pk=16016






















